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Le strade della vecchia Affori
La prima bozza del
borgo afforese aveva come sue più antiche vie di comunicazione la "Stretta
del Malcantone" - cosiddetta perché in antico vi si consumò un
tragico fatto di sangue - con la relativa piazzetta (ora via
Osculati), la Piazza Comunale (attuale ingresso da viale
Affori alla Villa Litta), il "magnifico viale" costruito nel
1814 dal Conte Triulzi (ora viale Affori), la via Novasca
(via Ippocrate), la Contrada al viale d'Adda (via Taccioli),
la via all'Osteria Nuova (via Faccio/Novaro), la Contrada
della Parrocchiale da monte (via Cialdini sino al sagrato della
vecchia chiesa), la Contrada alla Parrocchiale da mezzodì
(dal sagrato della vecchia chiesa a via Moneta), la Strada per
Dergano (via Cialdini da via Moneta a Dergano).
La configurazione del
borgo di Affori non mutò di molto sino al 1870, allorché vennero
tracciate nuove vie, ampliate quelle esistenti ed alcuni sentieri
divennero vere e proprie strade.
Segue un elenco di vie
con i vari nomi che hanno avuto:
- Viale
Belgioioso-Triulzi, viale Principe Umberto, via Vittorio Emanuele II,
via Libertà, ora viale Affori;
- Strada Comunale
Postale Comasina, via Montebello, ora via Astesani;
- Via al Viale Grande,
via Taccioli, via Fratelli Bandiera, ora via Giuseppe Taccioli
(la via dei Sucuruni);
- Via Fratelli
Bandiera portava alla Stazione della Ferrovia e si biforcava in: via
Novasca, via per Novate, ora via Ippocrate e via alla Cassina
dei Prati, via I Maggio, ora via Assietta;
- Via all'Osteria
Nuova, via alla Ferrovia, ora via Michele Novaro;
- Via Roma, ora via
Pellegrino Rossi;
La via Montebello
aveva come trasversali a sinistra verso Milano:
- Via Victor Hugo, ora
via G. Sand;
- Stradella Visconti
di Modrone, via G. Giusti, ora via B. Sestini;
Alla sua destra:
- Via Giuseppe
Molteni (pittore afforese);
Dalla "Pianta"
procedendo in direzione Milano, la via Montebello proseguiva come
via Roma, dalla quale si dipartivano a sinistra:
- Via Felice
Cavallotti, ora via Bellerio;
- Via per Niguarda,
ora via Brusuglio;
E a destra:
- Strada della
Ferrarezza, via Solferino, ora via Zanoli;
A queste si aggiungono
altre vecchie strade:
- Via Carducci, ora
via Bembo;
- Via Ariosto, ora
via Regaldi;
- Via Cavour, ora
via Ernesto Teodoro;
- Via Unione, ex
strada del Malcantone, ora via Gaetano Osculati;
- Via Garibaldi, ora
via Gen. E. Cialdini da viale Affori alla piazzetta;
- Via Cialdini,
dalla piazzetta sino a Dergano;
- Strada per S. Mamete,
ora via Moneta;
- Strada Comunale
Comasinella, ora via G. Pasta;
- Strada alla
Cassinetta Manzoni, ora via Pedroni;
Affori da Comune a rione
metropolitano
La Mediolanum romana,
medioevale, rinascimentale e moderna ha avuto, lungo i secoli,
grazie alla propria forma circolare, uno sviluppo "ad anelli". A
mano a mano che Milano si espandeva, includeva sempre più i nuovi
sobborghi sorti in ordine sparso nelle sue vicinanze, compreso
Affori.
Vediamo in breve come
si è svolta questa aggregazione.
Inizialmente il
territorio attorno a Milano era diviso in 6 fagge, in
corrispondenza di ciascuna delle sei porte di ingresso alla città.
Ognuna di esse aveva i propri Consoli. Furono Giovanni e Luchino
Visconti (1339-1349) ad estendere a tutto il Contado questo sistema
divisorio, dettando un apposito Regolamento, e facendo nascere così
una cerchia attorno alla città detta "la cerchia dei Corpi Santi".
Il suo nome deriva dall'usanza dei primi cristiani di seppellire i
defunti (spesso martiri) fuori dalle mura, in quanto nelle chiese di
città venivano seppelliti solamente i cittadini ("cives"), venendosi
così a creare uno spazio destinato al "cimitero".
Il 21 luglio 1781
l'Imperatore Giuseppe II, figlio dell'Imperatrice Maria Teresa
d'Austria, emancipò la campagna dalla giurisdizione civica
costituendo un solo Comune Forese (da Foras, fuori dalle
mura). Fu questa l'origine storica del "Comune dei Corpi Santi".
Tuttavia la formazione
di un comune che attanagliava tutt'attorno le mura spagnole, creava
non pochi problemi per il futuro urbanistico di Milano.
Così nel 1807 la città
aggregò ben 35 Comuni stabilendo con due Decreti Vicereali i suoi
nuovi confini. Tra di essi erano compresi: I Corpi Santi, Affori,
Dergano e Derganino, Niguarda, Bicocca e Bicocchina, Precotto con
Strugherolo, Trenno ed Uniti...
Caduto il Regno
Italico, nel 1816 con Francesco I Imperatore d'Austria i 35 comuni
aggregati ritornarono autonomi e fu costituito comune il territorio
dei Corpi Santi. Nel 1859, con la continua espansione di
Milano verso la periferia, si ripresentò il problema
dell'aggregazione, al quale i comuni rinunciarono per non
partecipare al frenetico sviluppo edilizio della città, aggregando a
Milano solamente la parte urbana dei Corpi Santi ma escludendo il
resto dei comuni rurali. Tuttavia, la popolazione rurale usufruiva
anch'essa dei servizi della città, come le scuole, senza per questo
pagare nulla.
Solo nel 1870 il Consiglio Provinciale e il Ministero dell'Interno
decretarono che a partire dal 1 settembre 1873 il Comune dei Corpi
Santi venga unito a Milano (e con esso 63000 abitanti).
Da allora i comuni limitrofi vedendo le migliori condizioni di vita
degli abitanti cittadini sollecitarono l'aggregazione dei loro
comuni al comune di Milano, il quale inviò a Roma una relazione in
merito.
Con la legge 3 dicembre 1922, Vittorio Emanuele decreta l'unione
nell'unico comune di Milano di Affori, Baggio, Chiaravalle
Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate,
Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino.
Aspetti
economico-industriali di Affori del primo '900
Agli inizi del '900 il 90% del territorio di Affori era occupato da
prati, pascoli e terreni seminati assumendo l'aspetto di una "corte
colonica". Dopo il periodo post-bellico, intorno agli anni '20,
si insediarono importanti stabilimenti industriali a ritmo
sostenuto.
Già nel 1911 il 29% della popolazione di Affori era addetta
all'industria, percentuale di gran lunga superiore ai comuni
limitrofi. Anche riguardo al numero di imprese operanti sul
territorio, la superiorità spetta ad Affori.
L'attività prevalente riguarda il settore tessile (già
fiorente nel '700 con le filande per la lavorazione della lana e
della seta). Oltre ad esse esistevano industrie di fonderie,
macchine per lavanderia, fabbricazione pellicole cinematografiche,
prodotti farmaceutici e chimici. Fino a qualche decennio addietro vi
erano complessi industriali quali la Sezione Rotocalchi del Corriere
della Sera, la Schleiffer (poi Oerlikon Italiana), il Romanenghi, la
Catene Regina, la SIRBRILL, la Cucirini Tre Stelle, la Mazzola, un
distaccamento della Lever-Gibbs, il Sugherificio De Francisci,
l'Aromatici R. Subinaghi, la distilleria Vittone (famoso Fernet
Vittone), la Giuseppe Oppi (vetrofanie), la Fonderia Artistica Paolo
Scanziani, alcune fabbriche di biciclette e la fabbrica di
velocipedi, motocicli e ruote per aeroplani Giovanni Galimberti,
presso la quale lavorò Carlo Maserati come apprendista... e molte
altre piccole e medie officine meccaniche o artigianali e alcuni
importanti sedi di corrieri d'autostrasporto.
Oggi, causa la deindustrializzazione, tutte queste aziende hanno
lasciato il territorio di Affori. Oggi la popolazione attiva
afforese, operante in gran parte nel settore terziario, gravita
verso la città o verso la parte più esterna dell'hinterland urbano.
Il Comune di
Affori e Uniti
Agli inizi del secolo Affori si trovò ad affrontare il degrado
economico e abitativo, fronteggiando problemi di assistenza. In
merito è da dire che sin dal 1785 erano state abolite tutte le
Corporazioni, Scuole, Paratici di categoria e 39 Confraternite ed
assorbite tutte in 5: Le Quattro Marie, La Carità, La Misericordia,
La Divinità e la Madonna di Loreto.
Come opera preventiva per le malattie infettive viste le pessime
condizioni di vita degli abitanti rurali, il Comune pubblicò il 4
aprile 1875 il "Regolamento di Pubblica Igiene". Poi il 30
aprile 1876 pubblicava un "Regolamento Edilizio" che dettava norme
per un'edilizia pubblica e privata decorosa e confortevole.
Solo agli inizi del '900 ad Affori furono istituiti dei Comitati di
Assistenza che si occupavano di assistenza scolastica, civile, di
approvvigionamento, agraria, militare, igienica e sanitaria.
In Affori sin dal 1885 era attiva una società di mutuo soccorso per
operai e contadini. Nel 1913 venne fondata l'Opera Pia Comunale, nel
1914 fu istituita la Società Cattolica di Mutuo Soccorso, nel 1918
un Patronato per L'Assistenza ai Profughi e nel 1920 l'Opera
Nazionale per l'Assistenza agli Orfani di Guerra.
Attualmente, con delibera comunale del 1968, Affori ha dato vita il
nuovo ordinamento amministrativo del "decentramento" suddividendo la
metropoli in Zone per essere efficientemente più vicina ai cittadini
e offrendo loro la possibilità di partecipare democraticamente al
proprio sviluppo civico e culturale.
Con Bruzzano, Comasina, Bovisasca, Scialoia, Affori è parte
integrante della Zona 8, quindi città a tutto diritto.
Afforesi illustri
e benemeriti
Il nome di Affori compare per la prima volta nella storia,
esattamente nel 915, su un documento nel quale si cita l'esistenza
di uno sperduto agglomerato
di capanne e casupole, un "pagus" il cui nome era appunto "Afori".
Oltre 200 anni dopo, compare nuovamente il nome di Afori allorché
nel 1214, sotto il governo di Uberto di Vidalta, Podestà di Milano,
i Consigli ed altre persone di Farga, nella Pieve di Seveso,
compilano un inventario dei beni di quella porzione di territorio.
Tra i firmatari figura un Rugerium de Afori.
Nel 1301 Galeazzo Visconti, signore di Milano, inoltra domanda al
Consiglio di Bergamo tramite un tale Filippo da Afori, uomo sapiente
e dotto, suo ambasciatore, per la realizzazione di un canale di
irrigazione.
Nel 1407 compare un certo Giacomolo detto "Giolo", calzolaio "de
afori", tra un elenco di ribelli.
Nel 1438, in un elenco di lavoratori in Milano, compare un certo
falegname Manfredo de Afori, insieme a un certo Stefanino de Afori.
Nel 1458 appare nei documenti del Ducato di Milano un certo Clemente
de Afori, come rappresentante dei suoi concittadini iscritti nelle
liste dei poveri.
Il Pittore Giuseppe Molteni
Giuseppe Antonio viene battezzato il 30 marzo 1800 in una chiesa di
Affori. Figlio di Stefano Montani e di Francesca Rossi, Giuseppe non
ebbe un'infanzia facile. Infatti tre mesi più tardi alcune truppe
francesi, transitando per Affori, distrussero l'Osteria Nuova di
proprietà del padre, atto che causò alla famiglia disagiate
condizioni economiche e familiari. Al tempo Giuseppe aveva altri 10
fratelli, ma per le precarie condizioni economiche ne morirono 6.
Alcuni anni dopo il padre si trasferì all'Osteria posta nei rustici
della Villa, in via Cialdini. Il piccolo Giuseppe cresceva coi
genitori che erano troppo occupati a sfamare tante bocche per
accorgersi della sua inclinazione artistica, finché qualcuno dei
frequentatori si accorse delle doti non comuni del ragazzo e aiutò i
genitori ad avviarlo agli studi superiori a Milano. E Giuseppe non
li deluse, figurando tra i migliori nelle facoltà artistiche e
letterarie, producendo i suoi primi lavori. Man mano che cresceva
anche i suoi lavori di affinavano iniziavano ad attirare
l'attenzione di critici e pittori già affermati. Si specializzò
nella ritrattistica, aiutato dal pittore veneziano Francesco Hayez.
A questo periodo risalgono alcuni ritratti, tra cui quello di
Giuseppe Ripamonti, della moglie e del padre dello stesso. Lo stile
della sua pittura richiamava la rinomata scuola germanica dell'Overbach.
Appassionato di storia dell'arte e cultore dei classici fu richiesto
dalle migliori Gallerie d'arte di Londra e Parigi per restauri di
tele pregiate, essendosi specializzato in questo ramo. Uno dei
restauri famoso nella sua carriera fu quello del celebre dipinto di
Raffaello, "Lo sposalizio della Vergine", esposto alla Pinacoteca di
Brera a Milano. Nel 1835 fu convocato a Vienna per ritrarre
Ferdinando I in procinto di essere incoronato imperatore. A questo
periodo risalgono i suoi dipinti migliori, tra cui il ritratto
giovanile dell'amico Alessandro Manzoni, quello del giovane Giacomo
Poldi Pezzoli, della Contessa Pallavicino, de "La giovane lombarda"
e della Marchesa Vittoria Litta Visconti d'Aragona (allora
proprietaria della Villa) che, entusiasta del lavoro, lo presentò
alla nobiltà milanese. All'epoca compiva 35 anni e assieme al
pittore Giuseppe Bertini ottenne l'incarico da Donna Rosa Trivulzio,
madre di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, di indirizzare il figlio
giovanissimo verso forme più impegnative di collezionismo nel campo
artistico. Sotto la loro guida, Gian Giacomo diede vita a quel
gioiello di Museo privato che è oggi il Poldi Pezzoli. In seguito
l'astro del grande Hayez riuscì a prevalere sulla figura di Giuseppe
Molteni, e mentre cresceva la sua fama, il Molteni terminò la sua
non facile vita di artista in Milano nel 1867.
Il garibaldino Filippo Migliavacca
Nel 1800 nacque in via Cialdini Filippo Migliavacca, eroe del nostro
Risorgimento, poi dimenticato. Riportiamo qui un brano di un "Album
storico-artistico su Garibaldi" intitolato "Garibaldi nelle Due
Sicilie, ossia Guerra d'Italia nel 1860, scritta da B.G. con disegni
dal vero...", nel quale è riportata l'immagine del vero Migliavacca
(forse l'unica esistente): "...Fra i prodi che furono dal ferro
nemico mietuti nelle narrate battaglie, noi ricorderemo in
particolar modo Filippo Migliavacca ed Enrico Rechiedei, la morte
dei quali fu da tutti udita con duolo, tanto erano per le rare della
mente e del cuore virtù, nobile ornamento della Patria! Noi
particolarmente li ricordiamo, essendo la loro vita un bell'esempio
da porsi innanzi alla nostra italica gioventù".
Nato da onesto maestro di scuola, Filippo sin dai primi anni aveva
dato ottime prove di sé sia negli studi che nella vita domestica.
Nel marzo 1848 si trovava nel Collegio Ghisleri di Pavia, quando,
venuto a sapere che in Italia sarebbe scoppiata la rivoluzione,
appena diciottenne partì per partecipare alle Cinque Giornate di
Milano. In seguito si iscritte alla LEGIONE degli STUDENTI. Negli
anni seguenti prese parte a diverse campagne, divenendo prima
Sergente furiere e poi Luogotenente, e stringendo amicizia col
superiore Garibaldi. Si distinse nella difesa di Villa Spada. In
seguito alla disfatta di Roma, Migliavacca riparava a Genova. Qui si
dedicò agli studi, e si preparò agli esami di avvocato, superati i
quali entrò a far parte dello studio dell'avvocato Giulio Cesare
Gabella, uno dei primi del Foro genovese. Spirito caritatevole verso
i meno fortunati, nel 1859 si arruolo nei Cacciatori delle Alpi
contro gli austriaci. Nonostante fu dato per morto, si seppe al
contrario che aveva combattuto a Sesto Calende, a Varese, a San
Fermo e a Como. Durante la battaglia di Belforte, eccelse per
l'abilità e il coraggio che fece arretrare il nemico, guadagnandosi
così il grado di Capitano. Dopo la pace di Villafranca, seguì
Garibaldi e i Medici nell'Emilia, ritornandosene a casa solamente in
seguito alle dimissioni di Garibaldi. Tornato a Milano, qui esercitò
abilmente l'avvocatura procurandosi numerosi clienti. Ma saputo che
Garibaldi muoveva in soccorso ai Siciliani, andò a Genova seguito da
un gruppo di giovani. Si imbarcò sul "Washington" e giunto a Palermo
fu promosso Maggiore. Alla testa del suo battaglione, dopo ripetute
prove di valore, cadde a Milazzo. Gli vennero tributati il grado di
Tenente Colonnello e la medaglia al valor militare.
Il maestro Luigi Migliavacca
Padre di Filippo, fu uno dei primi che esercitò in Affori la
professione dell'insegnamento. Maestro di scuola elementare, Luigi
Migliavacca, seppur non ancora ventenne, non fu da meno del figlio
per coscienziosità ed entusiasmo per la professione educatrice verso
i ragazzi afforesi affidati alle sue cure. Luigi Migliavacca fianco
a fianco al Parroco Astesani e in comune accordo coi maestri Don
Talamoni e Damiano Sala hanno contribuito notevolmente al progresso
culturale di Affori.
Majnoni D'Intignano
Stefano e Ignazio Majnoni
I cucini Majnoni, pur
non essendo originari di Affori, contribuirono notevolmente al
miglioramento del nostro comune.
Stefano Bernardo
Majnoni (1756-1826): sposo di Francesca Majnoni, figlia del
cugino Ignazio, fu insignito della carica di Direttore della
Fabbrica dei Tabacchi durante il Regno d'Italia e fu riconfermato
anche dagli Austriaci. Nella sua famiglia solamente a lui fu
concesso il titolo "D'Intignano" ottenuto per riconosciuti meriti.
Amatore d'arte e mecenate di vari artisti, le sue raccolte vennero
visitate dai personaggi più illustri dell'epoca (Napoleone, Eugenio
Beauharnais, il re di Baviera, l'Imperatore d'Austria Francesco I,
il principe di Metternich...). Si trovoò a contatto con la gente di
Affori, in cui il cugino aveva proprietà e spesso viveva. Ricordiamo
anche il ricorso inoltrato dall'Oste Montano al gen. Majnoni, anche
se l'Osteria Nuova in gestione era di proprietà di Ignazio. Per
questo si crede che ad interessarsi del risarcimento fu lo stesso
Stefano.
Ignazio
(1742-1808): fu il proprietario del cosiddetto "Casino Majnoni" al
quale era annessa l'Osteria Nuova. Fu banchiere in Milano
nell'ultimo quarto del '700 e i Majnoni erano anche proprietari di
una "Villa di delizia" in Affori e della "Cassinetta di S. Eurosia",
in seguito ceduta a Giuseppe Manzoni. Certamente anche in Villa
Majnoni non sarà mancata quella vita di società che si svolgeva
nella limitrofa Villa Gherardini Litta. In casa Majnoni venivano
spesso ospitate personalità del mondo artistico, culturale, politico
e soprattutto militare.
L'ing. arch.
Ambrogio Annoni
Affori deve molto
all'ing. arch. Ambrogio Annoni, uomo di cultura, scienza
lettere, per gli appassionati e competenti studi sulla sua
millenaria storia, tradizione e sul notevole patrimonio artistico.
In molte occasioni, nel corso di questo lavoro, ci siamo affidati
agli studi ed agli scritti da lui pubblicati su riviste d'arte
specializzate e sul nostro bollettino "La Buona Parola".
Figlio dell'ing. Luigi
Annoni, nacque il 16 agosto 1882 e visse la sua infanzia nella Villa
Annoni. Oltre all'antichità delle origini (il cognome ANNONE risale
al 1500/1600), la sua famiglia godeva di chiara fama e parecchi
furono i suoi componenti che si distinsero nella vita afforese, a
partire dal padre, l'ing. Luigi Annoni, Sindaco del Comune di Affori
nel 1909, ideatore del campanile della Parrocchiale costruito nel
1873.
Ambrogio si laureò a
pieni voti e lode in architettura presso il Politecnico di Milano
nel 1908 e gli fu affidata una cattedra di insegnamento su
"Caratteri stilistici dei monumenti", di cui fu titolare per ben 45
anni! Ebbe un incarico di presidenza in una commissione delegata al
restauro dei monumenti di Milano. Nel 1915 (a soli 33 anni) ebbe la
libera docenza in Architettura e Storia dell'Architettura con
particolare riguardo allo studio del Restauro.
Numerosi furono gli
incarichi affidatigli e le onorificenze raccolte nel corso della sua
lunga ed apprezzata attività: fu Accademico di S. Luca, di Brera,
dell'Ambrosiana, Sovraintendente ai monumenti della Romagna in
Ravenna e Socio onorario di numerose Commissioni artistiche in
Italia ed all'estero.
Nel 1929 a Tokio
rappresentò l'Italia al Congresso Mondiale degli Architetti ove si
distinse come assertore della moderna tecnica del restauro. Fu
allievo di Camillo Borto, di Luca Beltrami e di Gaetano Moretti (di
cui sposò la figlia). Collaborò alla costruzione dell'Odeon e del
Nido Valdani, studiò e mise in opera la ricostruzione dell'Abbazia
di Galliano, l'isolamento della Basilica di S. Ambrogio, il restauro
del chiostro di S. Erasmo. Studiò e progettò la ricostruzione della
CA' GRANDA, danneggiata dai bombardamenti. Sotto la sua direzione
venne restaurata la Tomba di Dante in Ravenna. Venne a far parte
della Commissione Edilizia dell'Accademia dei Virtuosi del Pantheon.
Il 1953, all'età di 71
anni, si congedò dai suoi allievi del Politecnico: per l'occasione,
accorsi da ogni dove, i suoi allievi commossi gremirono l'Aula Magna
e i corridoi adiacenti. Da allora tenne ancora conferenze a tecnici
ed esperti. Ancor oggi apprezzati sono i suoi studi sulle vicende
storiche ed artistiche del Duomo di Milano, della splendida facciata
e della famosa piazza. Soprattutto a lui dobbiamo un competente
studio, sia sulla storia di Affori che sul quadro della Vergine
delle Rocce. Molto ammirati anche i disegni, acquarelli e dipinti
che tradiscono un animo molto sensibile oltre che una mente
profonda. Suo il progetto ed il disegno del tabernacolo con la
porticina in metallo dorato incastonato nell'altare maggiore della
parrocchiale. Collaborò anche al progetto per la decorazione
completa della stessa. Fu inoltre tra i benefattori più assidui
delle opere parrocchiali, degli Oratori e specialmente dell'Asilo
Infantile.
Ambrogio si spense ai
primi di marzo del 1954 in viale Majno a Milano, all'età di 72 anni.
Gli Osculati
Uno dei primi Sindaci
del Comune di Affori fu Antonio Osculati, ed uno dei Deputati
Comunali coi quali l'Astesani si scontrò fu Girolamo Osculati -
padre del noto esploratore Gaetano.
Notorietà e fama diede
alla famiglia il Cav. Emilio, Presidente della Società Anonima degli
Omnibus a Milano.
Figlie di Gaetano
furono Giuseppina Osculati ved. Astesano ed Emilia, vittime del
bombardamento del 10 settembre 1944.
Gaetano: nato a
S. Giorgio al Lambro il 25 ottobre 1808 da Girolamo e Maddalena
Piatti, ebbe la sua prima educazione presso i Padri Barnabiti di
Rho. In seguito, per la sua innata inclinazione verso i viaggi e le
scienze naturali, frequentò il corso di matematica e navigazione a
Livorno.
Superati
brillantemente gli esami, venne nominato Capitano di lungo corso,
imbarcandosi su navi mercantili che toccarono i più svariati porti
del Levante e dell'Europa. Nel 1831 intraprese alcuni avventurosi
viaggi in Asia Minore, Egitto e Palestina. Rientrato in Patria, non
volendo passare al servizio delle armate austriache, si imbarcò a Le
Havre per l'America del Sud e sbarcò a Montevideo. Passò quindi a
Buenos Aires e attreversò le Pampas argentine diretto in Cile.
Costeggiando la Bolivia, visitò le principali città nel bel mezzo di
una guerra civile. Ritornato a Cadice, col suo amico Felice de
Vecchi, dottore in scienze naturali e archeologia, si diresse a
Vienna ed a Costantinopoli navigando il Danubio. Passarono così in
Persia ed in Arabia, e attraversando il Mar Rosso puntarono
sull'India. Sbarcati a Bombay si dedicarono a studi e ricerche
archeologiche, storiche, etniche e naturalistiche.
Nel 1842, partendo da
Aden, passarono da Suez, Il Cairo, Alessandria, Atene, Patrasso,
Corfù e giunsero a Trieste il 20 luglio. Durante questo lungo
viaggio egli raccolse numerose specie di coleotteri, dandò il via a
quelle preziose raccolte che lo resero famoso negli ambienti di
scienze naturali in tutta Europa.
Nel 1846 si diresse
ancora verso l'America esplorando l'Ecuador e fermandosi per alcuni
mesi a Quito. Da lì attraversò le Ande e seguì - in prima assoluta -
il corso del RIO NAPO dalle sorgenti alla sua foce nel Rio delle
Amazzoni.
Nel 1848, avendo
saputo della sconfitta degli Austriaci nelle Cinque Giornate di
Milano, rientrò con gioia nella propria città!
Dal Rio Napo - che
descrisse per primo e del quale disegnò il completo percorso -
riportò una pregevole raccolta di coleotteri ed altri animali,
classificata in seguito dal famoso naturalista Emilio Carnalia.
Raccolse pure un rarissimo erbario che offrì in dono alla Società
Geografica Italiana.
Nel 1857 compì
l'ultimo suo viaggio in Egitto, Indostan e Cina, al termine del
quale si dedicò completamente alla propria famiglia.
Il 18 maggio 1857
l'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo lo nominò Socio
Onorario. Il Ministero della Pubblica Istruzione, con Decreto emesso
in Firenze il 27 luglio 1867, lo insigniva della carica di Delegato
del Mandamento di Affori.
Nel 1880, allorché
l'Imperatore del Brasile, Don Pedro D'Alcantara, venne in visita a
Milano, volle conoscere personalmente il celebre scopritore delle
sue terre. Fu nominato Cavaliere dell'Ordine Mauriziano dal Re
Umberto I.
Morì il 14 marzo 1894
e fu sepolto nel Cimitero Monumentale. L'Osculati lasciò al
Municipio di Milano la propria preziosa raccolta di coleotteri
d'Europa, che, assieme ad altre sue raccolte cedute al Museo Ernesto
Turati, si può ammirare nel Museo Civico di Milano.
L'elenco dei
personaggi importanti non è concluso, ma si allunga sui molti anni
della vita afforese con centinaia di nomi, che per varie ragioni non
possiamo qui citare.
L'eredità artistica e
culturale
La Villa Litta di
Affori
Dagli scritti
dell'arch. Ambrogio Annoni: "L'Arcivescovo di Milano Giovanni
Visconti alla metà del secolo XIV aveva eretto in Affori una sua
splendida villa. A me sembra di ravvisarne gli avanzi in due archi
di accuratissima fattura [in via E.T. Moneta] ed in una Madonnina di
terracotta che la nobile Donna Teresa Litta Gherardini, in alcune
ricostruzioni, faceva murare ai primi dell'800 quale 'praesidio
devoti populi' [locandina murata sulla parete della Caserma dei
Carabinieri in via Cialdini]. Sull'area della Villa Viscontea (o
poco discosto) sorse quella che oggi chiamiamo la Villa Litta di
Affori che nel 1927 divenne proprietà del Comune di Milano, dopo 218
anni di vita mondana. Fu infatti ceduta al Comune
dall'Amministrazione Provinciale in quell'anno ma, fino al 1905
apparteneva al nobile Giovanni Litta Modignani (morto nel corso
dello stesso anno) che l'aveva avuta in dote dalla propria moglie,
una delle nipoti di Luigi Taccioli. Questi ne era venuto in possesso
per acquisto (e non per cessione come accaduto in passato) quando,
morta in Parigi nella prima metà del secolo scorso, Donna Vittoria
Visconti d'Aragona, cessò con essa la schiatta dei feudatari di
Affori".
Il palazzo barocco:
"Fatta costruire circa il 1687 da Pietro Paolo Corbella, Segretario
della Cancelleria Segreta, ...Marchese del Feudo di Affori da lui
stesso comprato..., la Villa risente dei tempi in cui venne eretta:
l'architettura barocca andava smorzandosi nello stile del '700 e si
rammorbidiva nel famoso Rococò di Luigi XVI. La fastosità esagerata
e contorta aveva finito per stancare e la Villa, nella sua parte
esterna, si presenta semplice e liscia, resa svelta, a soli tre
piani, dai corpi rientranti che, essendo centrali, sono alleggeriti
da due simmetrici porticati, uno per facciata; pochi i balconi, con
parsimonia sapiente sparsi lungo i lati, tolgono monotonia alla
semplicità fin quasi eccessiva di questi con le loro linee curve e
leggiadre. Lo stile delle sale e delle stanze interne, invece, si
manifesta lussureggiante, straricco e pur gaio, leggero ed
attraente; si direbbe che qui lo stile dei due secoli si sia fuso in
uno, in cui la composizione larga e fantastica del '600 è
contemperata dall'esecuzione aggraziata e dai colori un po' meno
vivi ed appariscenti del '700. L'ornato scalone che si apre a
sinistra dell'atrio porticato d'accesso conduce all'appartamento
superiore, dove si resta attratti dalla novità e ricchezza
dell'anticamera: un fregio ad olio del NUVOLONE (detto il
Panfilo...) che corre lungo tutte le pareti, appena sotto il
soffitto in legno fantasticamente dipinto ad arabeschi... Spalancati
i ricchi battenti ci si presenta dinanzi una sala grandiosa;
dall'altissimo soffitto tutto in legno decorato, pende un magnifico
lampadario in ferro battuto e verniciato: finge un gran mazzo di
fiori artisticamente avviluppati attorno alle candele... Quattro
balconcini si aprono verso l'interno del salone in alto, ai lati di
due grandi affreschi rappresentanti scene mitologiche di mare...
Completa la disposizione artistica del salone un vasto camino, la
cui sobrietà di linee e di colori nei marmi, contrasta vivamente con
la sontuosità di quello e dà maggior risalto alla sua ampiezza. Le
sale erano adorne di bei quadri di paesaggio di Rosa da Tivoli ed
altri di scuola del Poussin e pitture d'una certa grandiosità
decorativa...
Il Parco: "E
ora scendiamo nel vasto parco tracciato 'all'inglese' dal Conte
Ercole Silva... ... Esso presenta delle vedute veramente incantevoli
e dei gruppi di paesaggio sui quali l'occhio riposa, deliziandosi.
Prima certo era 'all'italiana' coi lunghi viali regolari e la
monotona simmetria delle aiuole e le siepi di bosso tosato e gli
alberi rotondati a cono o quadrati a dado... ...Ai viali di carpini
intrecciati a pergolato, vennero sostituiti gli svelti viottoli in
mezzo ai prati ombreggiati da robusti pini. Quindi, la compassata
simmetria dell'antico 'all'italiana' si preferì sostituire con la
fantasiosa irregolarità 'all'inglese'".
I Sirenei:
ormai abbandonati a sé stessi, in rovina e miseramente dimenticati.
L'Artistica
Cancellata del '700: opera del '700, la cancellata in ferro
battuto fu asportata per dotarne l'entrata padronale di Villa
Clerici a Niguarda, fatto che all'epoca produsse non poche
polemiche.
Da una mappa del
'700: da una mappa catastale austriaca del 1720 risulta che la
Villa presentava già lo schema ad U con ali inserite senza aggetti.
Solo l'ala Est era annessa al fabbricato padronale, l'altra era
destinata ai servizi ed era continuata da un edificio rustico
scomparso in seguito. Il porticato sulle due fronti era pure
presente, ma a sette portici, interessando quasi tutta la facciata
Sud, mentre l'altra a Nord appariva tutta porticata, risvoltando l'arcatura
anche sull'ala nobile. Mancava il viale-corridoio laterale e
l'accesso dal paese avveniva tramite uno slargo, chiuso da un'esedra
molto accentuata, direttamente raccordata alle ali, già nella
posizione della posteriore cancellata settecentesca. Non vi era il
lungo vialone prospettico assiale e il giardino all'italiana a sud
della Villa vi appare molto ridotto. Della trasformazione della
Villa seicentesca nelle forme attuali non esiste traccia alcuna. Nel
1966 la villa appare così a Raffaele Bagnoli: "...oggi più nulla
rimane delle antiche decorazioni, né delle sale... gradualmente sono
stati abbattuti alberi plurisecolari... Agli inizi del secolo un
terribile ciclone aprì un grande vuoto fra il già espoliato Parco
facendo strage di alberi secolari... Altra espoliazione la compirono
gli uomini, allorché l'Amministrazione Provinciale vendette ai
privati alcuni territori ai lati del Parco, riducendone la
vastità...". Nel 1915 dalla Deputazione Provinciale la Villa fu
adibita a ricovero per malati di mente in attesa di definitiva
sistemazione nell'Istituto Psichiatrico Paolo Pini ed il maestoso
Parco venne affidato alle loro cure. Ora la superficie totale
risulta di mq 81.543, di cui 2.925 coperti.
Proprietari e
passaggi di proprietà:
Villa Litta fu eretta
nel 1687 dal Marchese Pietro Paolo Corbella. Nel 1700 gli succedette
il figlio Carlo che muore nel 1754; gli succede il figlio Luigi al
quale succede l'unica figlia Barbara Marianna, la sposa ventenne del
Conte Francesco d'Adda, al quale passa la proprietà della Villa in
seguito all'immatura scomparsa della consorte. In seconde nozze il
Conte d'Adda sposa Donna Teresa Litta che eredita la proprietà al
decesso del consorte. E' questo il periodo di maggior splendore
della Villa. Donna Teresa, nel 1782, in seconde nozze, unisce la
fama del proprio casato - Litta Visconti Arese - a quello del
Marchese Maurizio Gherardini di Verona, che compartecipa all'eredità
della Villa. Alla morte del marchese subentra come erede la figlia
Vittoria - sposa in prime nozze del Marchese Gerolamo Trivulzio ed
in seconde nozze del Marchese Visconti d'Aragona Alessandro. Donna
Vittoria muore a Parigi nel 1836, senza testamento. A questo punto
il passaggio di proprietà della Villa avviene per acquisto e non per
successione. Vi subentrano i Taccioli, famiglia di banchieri di
Milano, a seguito di asta pubblica. Luigi Taccioli, morto in Affori
nel 1847, lascia in eredità ai figli Enrico e Gaetano, il
patrimonio. Spartitasi la proprietà, questa passa a Enrico che, alla
propria morte, la cede alla figlia Margherita, la quale nel 1873 va
in sposa al nobile Litta Modignani Giovanni. Morta Margherita nel
1882, la Villa passa al Litta Modignani che, pochi giorni prima
della propria morte, nel 1905, essendo senza discendenti diretti e
per evitare eccessivi oneri successori ai nipoti (figli di Luigi e
di Paolo), cede la proprietà all'Amministrazione Provinciale di
Milano, la quale in seguito, nel 1927, la cede in proprietà al
Comune di Milano.
L'antica
Chiesina di San Mamete
Chiesina dedicata al
martire giovinetto S. Mamete, era già esistente nell'anno mille, ma
non ci sono prove certe che testimonino da chi sia stato costruito.
Era posto all'incrocio della strada romana che costeggiava torrenti
e fontanili con la strada che proveniva da Villapizzone (via
Chiasserini). Delle diverse cappelle devozionali antiche erette in
Affori, solo questa e quella dedicata a S. Giustina sono
sopravvissute, l'ultima però assorbita in una chiesa costruita nel
1400 e a sua volta sostituita con la vecchia chiesa (ora in
piazzetta Cialdini) nel '500. Non è dato sapere come sia nata la
devozione al giovane martire di Cesarea di Cappadocia (Asia Minore).
Tale chiesina ha vissuto secoli di crescente notorietà i cui echi si
sono spenti nei passati anni '60, in un inspiegabile declino. In un
documento si legge che nel 1807 vi si poteva ammirare: "...il coro,
prezioso e originario avanzo del secolo decimo. Uno dei pochi resti
è un dipinto a fresco, discretamente conservato e che si ammira
ancora nel lato del vangelo, oltre la marmorea balaustra del 1700.
Rappresenta il Santo giovinetto Mamete, umile nel portamento, ma
fiero della sua fede per la quale diede la vita; viso angelico,
leggermente inclinato, capelli biondi incorniciati da un'aureola a
tutto fondo; per fattura tecnica il dipinto si dimostra eseguito
nella prima metà del 1400". In un altro documento del 1745 si legge:
"...L'abside tutta dipinta a toni or vivi, or pallidi, or smorzati
nella penombra, or ravvivati da un fascio di luce che, irrompendo al
levar del sole nella lunetta del coro, faceva spiccare, mettendole
in risalto, le aureole degli affreschi, il soffitto in legno
ricoperto, secondo il gusto della seconda metà del 1400, con carte
colorate dai raggi solari, dalle stelle in oro, dai nastri
svolazzanti con scritti motti biblici". Negli antichi documenti del
dossier di S. Mamete si narra altresì del piccolo oratorio e della
festa annuale che si celebrava a cui accorreva moltissima gente dei
paesi circostanti. Solennità religiosa, incontro amichevole e
scambio di notizie e commerci dei prodotti locali, durava una
settimana e culminava il 16 agosto, in simbiosi con la tradizionale
festa di S. Rocco (molto caro alle popolazioni contadine). A tutela
della chiesina i Parroci di Affori sin dal 1500 vi avevano insediato
"eremita" che abitava gli appositi locali incorporati nell'edificio
e svolgeva mansioni di sagrestano e custode. Tuttavia da qualche
decennio a questa parte non vi è più alcun stabile custode e
l'ultima delle famiglie afforesi a svolgere tale mansione fu la
famiglia Santambrogio. Tale era la notorietà della chiesina che nel
1671 il dottore della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Giuseppe
Valvassori, fece pubblicate un libretto in cui narrava la vita del
Santo e del "famoso oratorio di S. Mamete", assecondando il
desiderio del Rev. Don Francesco Maria Ferrario, curato di Affori.
Infatti in quegli anni il Parroco Ferrario stava restaurando la
cappella ormai cadente e vi faceva erigere l'altare in stile
barocco, ancor oggi esistente, trasportandovi uno dei dipinti murali
come pala d'altare, dipinto purtroppo andato perduto. Nel 1706 il
Parroco Gian Battista Motta compie un altro restauro (balaustra,
pavimentazione, capriate del soffitto). Nella prima metà dell'800 il
Parroco Astesani, illustre e competente studioso d'arte e
archeologia, vi fece seppellire i propri genitori. Imitandone
l'esempio, la nobile famiglia Litta Gherardini, proprietaria della
Villa e di gran parte di Affori, vi faceva seppellire Donna Teresa
Litta Arese. Un'opera di restauro compì anche il Parroco Tognola che
rifece le strutture e rivitalizzò la "festa", che tornò importante
almeno fino alla sua morte nel 1964. Risistemò la piazzetta
antistante la chiesa e la recinse, come pure il "vignolo" annesso, e
rinnovò la nicchia del Santo. Grazie alla sua competenza in campo
artistico, fu in grado di scoprire, sotto affrescature
settecentesche, preziosi affreschi del sec. XII e XVI, che ne
attestano l'antichità. Solo i restauri del 1985 voluti e intrapresi
dal Parroco Enrico Alberti, hanno riportato un po' di dignità
all'edificio. Purtroppo oggi, in seguito ad interventi
amministrativi della Curia milanese, la chiesetta è passata in cura
alla Parrocchiale di S. Filippo Neri (quartiere Bovisasca).
La Tavola della
Vergine delle Rocce
Racconto tratto da uno
scritto di Annoni: "Viene donato da Luigi Taccioli con testamento
del 10 settembre 1844 a questa Parrocchiale, ma di esso non se ne
conosce l'autore. Collocata sull'altare di cui gli eredi Taccioli
nel 1861 fecero dono alla Parrocchiale, la Tavola venne sempre
tenuta in grande venerazione. Nel 1882 l'Abate Malvezzi esprimeva il
parere che esso fosse opera (sia pure diretta e coadiuvata dallo
stesso Leonardo) del pittore Marco D'Oggiono. Solo nel 1901 lo
studioso Annoni si accorse dell'eccellenza e bellezza del dipinto,
pregando così l'amico Emilio Anderloni, esperto fotografo, di
eseguire una fotografia dello stesso. Dopo che Annoni mostrò la foto
al critico Diego Sant'Ambrogio, essi venne a vedere il quadro e ne
rimase entusiasmato. Intanto quella fotografia venne da lui mostrata
e inviata ai più dotti ed illustri critici, anche stranieri. A
rendere maggiormente noto il dipinto contribuirono le Cartoline
Postali che il dott. Sant'Ambrogio pubblicava nello stesso anno. Uno
dei primi a visitare il dipinto fu un critico straniero, Diner Denes
di Budapest. Ma già il 31 marzo s'era accertato il carattere
leonardesco del dipinto, e ne "La Lega Lombarda" il 22 aprile ne
veniva pubblicata dal dott. Sant'Ambrogio la prima notizia. Diner
Denes, osservando abbastanza bene il dipinto, ne fu talmente
entusiasta da pubblicarne le qualità su riviste d'oltralpe. Il
quadro fu visitato da altri studiosi, quali il Cav. Donato Barcaglia,
valente scultore, il Dott. Cav. Edoardo Linduer, Gustavo Schlosser,
Direttore dei Musei Imperiali, il critico francese Marcel Reymond,
il Cav. Hans Semper, professore d'Arte all'Università di Innsbruck,
che lodarono il dipinto e la maestria con cui era stato realizzato.
Il 22 settembre venne ad Affori Felix Possart, illustre pittore che
aveva eseguito per l'Imperatore Guglielmo II di Germania un quadro
rappresentante l'entrata di Cristo in Gerusalemme, che affermò che
in esso si rivelavano facilmente tutti i caratteri di Leonardo, ed
osservò la gran rassomiglianza del volto della Vergine col Cristo
del Cenacolo vinciano. Il 26 venne il Comm. Luca Beltrami, che dopo
aver espresso il dubbio che nella Tavola vi sia qualche ritocco,
affermò le teste essere di certo di Leonardo, esaltando come di
grandissimo pregio il nostro quadro". Nel 1951 fa testo il saggio
edito da "Pitture e Sculture nelle chiese di Milano" a firma della
prof.ssa Eva Tea, esperta critica d'arte e una delle più
appassionate ammiratrici della nostra Tavola. Essa narra la vicenda
del progetto leonardesco di una Tavola da dipingere per i Fratelli
della Concezione e da collocarsi nella Cappella di loro proprietà
nella maestosa chiesa milanese di S. Francesco Grande, secondo un
contratto del 1483, vicenda complessa che si trascinò per oltre 20
anni. La storia narra di come sono nate le due pale raffiguranti la
scena della Vergine col Bambino in una grotta, possedute da Parigi e
Londra, ma delle quali solo la prima mostra i segni dell'autenticità
artistica leonardesca, mentre la seconda ha chiare caratteristiche
del pennello del Preda, socio di Leonardo in questo lavoro. Il
nostro quadro, in base alla teoria di Eva Tea, è nato tra le due
pale di Parigi (circa 1493) e di Londra (circa 1507).
La Parrocchiale S.
Giustina
Costruita nella prima
metà del '500 (su di un'altra chiesa preesistente) sul luogo ove
sorgeva l'antica cappella dedicata a S. Giustina, venne rattoppata
da artigianali restauri lungo i secoli e, in occasione della Visita
Pastorale dell'Arcivescovo Carlo Borromeo nel 1568, fu giudicata da
ripararsi per creare nuovo spazio. Sino al 1811 infatti la chiesa
non solo era angusta, ma puro lo era la piazza antistante, occupata
dal classico cimitero di campagna. Fu il Parroco Astesani ad
affrontare il problema sottoponendolo ai nobili e proprietari di
terreni afforesi affinché contribuissero a risolvere il problema
annoso, considerando gli scarsi mezzi a disposizione dei Fabbriceri.
Un accorato appello nel 1815 lanciato alla popolazione d'ogni classe
e veto riuscì a mettere in moto una corale opera che, a distanza di
un secolo e mezzo, mostra la buona volontà degli afforesi. Ma
inizialmente non ci fu comune accordo e la questione venne dibattuta
lungamente, con la presentazione di vari disegni di allungamento
della chiesa, finché non giunse alla decisione di costruire una
nuova chiesa in un luogo più opportuno. Dopo altri vent'anni di
tentativi, nel 1857 il Parroco Giovanni Panceri scrive al Vicario
Arcivescovile di Milano per annunciargli la prossima costruzione
della nuova chiesa, progetto affidato all'Arch. Giacomo Moraglia.
Con l'aiuto della comunità fu acquistato un terreno appartenente a
Marietta Osculati in Brigola, mentre la costruzione fu a carico del Comune con l'aiuto degli Afforesi più abbienti. La prima pietra fu
posta domenica 15 marzo 1857, e già a settembre si scorgevano i muri
di sostegno. Nella primavera del 1859 era quasi completata, ad
eccezione dell'altare maggiore (pronto solamente nel 1862), donato
da Giulia Clerichetti Taccioli. Ci vollero ancora anni per arrivare
al suo completamento.
L'interno e le
opere: Sotto le ampie volte in perfetto stile neoclassico,
inizialmente non c'era il complesso dell'altare maggiore e nemmeno
alcuna decorazione alle pareti. Solo in un secondo tempo apparvero
disegni ornamentali a motivi geometrici lungo le pareti e i
cornicioni. Ma solo negli anni '20 del nostro secolo si potrà
ammirare una completa essenziale decorazione. Mancavano altresì le
balaustre in marmo, i pulpiti in legno dorato, i due grandi
affreschi laterali. Semplice nelle linee con le quali gradualmente
si eleva fino a culminare nello svettante e classico tempietto,
sormontato da una statua del Redentore benedicente, l'altare occupa
con maestosità il centro ideale della costruzione. Costruito in
pregiato marmo bianco su disegno dell'arch. Luigi Clerichetti, nel
1870 vi venne collocata la famosa Tavola. Ai lati, in posizione
simmetrica, due angli di ottima fattura dello scultore Luigi
Marchesi di Viggiù, sostano in atteggiamento orante. In occasione di
solennità, feste o riti, fanno loro compagnia e decoro pregevoli
candelieri dell'800, quattro statue in metallo dorato di metri 2,25,
raffiguranti i Santi Carlo, Ambrogio, Barnaba e Agostino, donate dal
Cav. Gaetano Dacomo e realizzate dalla Broggi. In speciali occasioni
concorrono anche artistici reliquari argentati a palmetta, a croce,
ad urna, ad albero ed a mezzo busto. L'artistica sedia
presbiteriale: Situata nell'abside e attorniata dagli stalli del
coro ligneo, capolavoro dell'artigianato del '500, troneggia ancora
oggi affiancata da artistiche sedie d'epoca in ottimo noce. E' una
sedia monumentale da cerimonia, destinata ad ecclesiastico d'alto
rango in occasione di solenni funzioni religiose. Ha una base di cm
113, cm 67 di larghezza e cm 280 di altezza. E' costruita in
pregiato legno di stagionato noce scuro ad intagli nella spalliera,
a quadrati e piastrelli nella volta a tutto tondo, con quattro
medaglioni all'esterno raffiguranti, in basso, due profeti
dell'Antico Testamento ed in alto S. Giovanni Battista e S.
Ambrogio; due piccoli tondi frontali raffigurano l'Angelo nunciante
e Maria SS. Si potrebbe definirne l'esecuzione nel primo Cinquecento
con alcuni ritocchi e modifiche apportate in epoche successive.
L'organo Amati di
Pavia: Installato nel 1884, in sostituzione dell'ormai vetusto
organo già presente nella vecchia chiesa, per volere del nuovo
Parroco, don Paolo Giorgetti, il quale venne a conoscenza che nella
Cattedrale di Pavia si stesse sostituendo il vecchio Organo Amati
con uno nuovo offerto dal mecenate pavese Lingiardi. Gli Amati
furono una celebre famiglia di liutai cremonesi, fiorita tra il 1500
ed il 1700, maestri degli altrettanti famosi Stradivari e Guarneri,
parenti di Antonio ed Angelo Amati di Pavia, due organari lombardi
della prima metà del '700. Il nostro strumento porta come data di
nascita il "1810", stampata su di una targhetta inserita sopra la
tastiera, ed è attribuito a Luigi Amati (morto nel 1829). Acquistato
dalla comunità per un notevole prezzo, venne restaurato, accordato
ed integrato dal perito Marelli. Dopo tante peripezie, il 12 ottobre
1884, domenica, l'organo fece vibrare tutta la sua potenza
nell'attuale Parrocchiale.
L'interno della
Parrocchiale e le opere custodite: 43 metri ci separano dal
semicatino sovrastante l'altare maggiore, affrescato dal pittore
Carlo Cocquio di Varese nel 1946 e raffigurante la gloria di Cristo
attorniato da angeli e dai Santi. Dello stesso pittore possiamo
ammirare altri affreschi: quattro nelle transenne laterali (1942),
sulle facciate delle cappelle della B. Vergine e di S. Giuseppe e
soprattutto la grande cupola, detta "il cupolone", ove vi è
raffigurata la gloria di S. Giustina (1946). Anche nell'abside si
possono ammirare due affreschi dedicati alla Santa Patrona. Dello
stesso artista anche la "Via Crucis": 14 quadri dipinti ad olio e
donati al Parroco Mons. Tognola. Nelle quattro vele che incoronano
la cupola vediamo affrescati i Quattro Evangelisti: è tutto ciò che
rimane della vecchia decorazione della Parrocchiale, restaurata dopo
il bombardamento del 1944. La prima decorazione globale fu affidata
al pittore Archimede Albertazzi nel 1927. Alcuni anni fa è stato
rinvenuto un altro affresco dell'Albertazzi, nel battistero,
raffigurante il battesimo di Cristo, rimasto per anni nascosto
dietro una tela della fine del '500. Ai lati dell'altare maggiore
spiccano due grandi affreschi, fatti restaurare dal Parroco Mons.
Franco Verzeleri: quello di sinistra rappresenta un episodio
realmente avvenuto durante la peste a Milano nel Lazzaretto, in cui
un appestato moribondo, ritenuto morto, abbandonato tra i cadaveri,
si solleva ed invoca il Viatico che gli viene porto da un frate
cappuccino. Il suo desiderio viene espresso con la frase "ancora una
volta" divenuta quasi un motto. L'autore dell'affresco è il pittore
Davide Beghé nel 1902. Di fronte ad esso si trova l'affresco opera
di Luigi Valtorta, maestro del Beghé, raffigurante l'istituzione
delle "SS. Quarantore" da parte di S. Antonio Maria Zaccaria.
Un'ottima pala, dipinta da una scuola lombarda di fine '500 e
situata fino a qualche tempo fa nel battistero, raffigura il
battesimo di Gesù. Fu donata dal Cav. Attilio Prandoni nel 1939 e
restaurata dal prof. Mario Rossi di Milano. Un'altra pala degna di
nota raffigurante la visita di Maria alla cugina Elisabetta,
proviene da una scuola veneziana del '700 e fu donata al parroco don
Tognola il quale la fece restaurare dal suddetto prof. Rossi. Ci
sono altri dipinti raffiguranti S. Pietro, S. Francesco Saverio, S.
Carlo, S. Luigi Gonzaga, il martirio di S. Sebastiano, S. Anna con
Maria SS., la Sacra Famiglia, il ritratto di Paolo VI di Dernini, la
B. Vergine in preghiera. In sagrestia si può ammirare inoltre una
tela di provenienza russa donata dalla Famiglia Oppici di Affori al
Parroco Tognola nel 1946 e originaria della fine del '500,
raffigurante la Deposizione di Gesù dalla Croce, sorretto da
Giuseppe d'Arimatea (che ha donato a Gesù il suo sepolcro) e non da
Maria SS. come solitamente viene messa dall'iconografia
tradizionale. Ai lati della suddetta tela si trovavano due "Angeli
del dolore", dipinti dal pittore afforese rag. Soffredi. Di pregio
artistico è pure un bassorilievo in marmo bianco di S. Teresina,
opera dello scultore Giannino Castiglioni, donata dalle sorelle
Annoni negli anni '30. Sulla facciata della Parrocchiale possiamo
ammirare i tre stupendi e artistici portali in bronzo di cui quello
centrale e quello di sinistra sono opera dello scultore Pietro Zegna
(inaugurati rispettivamente nel 1990 e nel 1992), mentre quello di
destra è opera dello scultore G. Abram (inaugurato nel 1991).
Il campanile:
Mentre sulla planimetria del 1856 gli era stata assegnata la
posizione sul lato sinistro del complesso, in seguito il progetto
venne modificato e fu posizionato sul lato opposto. Atteso per ben
15 anni, solo nel 1873 si diede inizio alla sua costruzione su
disegno dell'Ingegnere Luigi Annoni. Due anni dopo il collaudo venne
arricchita di un armonioso concerto di cinque campane. La cuspide
venne terminata in seguito. Il 27 novembre 1942 le cinque campane
vennero sequestrate per causa bellica e riposizionate il 20 giugno
1948 con la benedizione del Card. Schuster. La più maestosa delle
cinque, chiamata "campanone", pesa ben 18 quintali e si dovettero
eseguire opere di rinforzo al castello.
Monumenti dedicati
ai caduti
Tutti i caduti
afforesi delle due guerre mondiali sono elencati in alcune
pergamene, accompagnate da una corona del Rosario, una pallottola ed
una stelletta in dotazione al "regio esercito".
Su due lapidi
marmoree, infisse alle pareti della nostra "Villa", sono altresì
scolpiti a caratteri indelebili i nomi di afforesi martiri della
libertà e caduti per la patria, che la nostra Comunità vuole
riproporre con orgoglio e riconoscenza alle generazioni presenti e
future di cittadini. Le lapidi vennero inaugurate separatamente: il
4 novembre 1950 e il 25 aprile 1981.
Realtà culturali passate
e presenti
Le Biblioteche
Verso la fine del XIX
secolo venne istituita la Biblioteca Parrocchiale, che subito ebbe
un grande successo di iscritti e di utenti. La Giunta Comunale
incoraggiò con un proprio contributo tale iniziativa,
ripromettendosi di interessare le Autorità cittadine che già dal
1886 in Milano avevano istituito una "Biblioteca circolante" ad uso
di insegnanti e scolaresche dei vari rioni della città.
Tale problema
impegnava sempre più le Autorità che nel 1872 iniziarono a
finanziare la "Società promotrice delle Biblioteche Popolari" che
raccolse un grande successo di pubblico, il quale chiedeva
insistentemente migliori orari per il loro utilizzo. Così nel 1928
venne avviato l'esperimento dell'apertura serale della Biblioteca
stabile cittadina.
Dal 1956 la Biblioteca
Comunale, precedentemente ospitata al Castello Sforzesco, trova la
sua nuova sede nel palazzo Sormani. Ma la periferia vuole la propria
biblioteca e nel 1932 nascono le "Biblioteche Pubbliche Rionali" che
nel 1939 vantano già ben 21 punti di riferimento e di prestito.
Anche Affori ebbe la propria "Biblioteca Rionale" nel 1962 con sede
nei locali di Villa Litta su un'estensione di mq 500, ma all'epoca i
libri non erano messi in vista. In seguito, con l'aumento degli
utenti, la Biblioteca trovò nuova sistemazione (parte di quella
attualmente occupata), riuscendo a porre i libri a portata diretta
degli utenti. Dagli anni 70 è iniziato il vero balzo in avanti di
questa Biblioteca Rionale, divenuta Centro di informazione, di
aggiornamento, di aggregazione culturale.
Dal 1962 al 1987 si
ebbe il maggior sviluppo dell'iniziativa culturale di cui le
Biblioteche furono strumento con l'apertura di ben 31 punti di
prestito. Tra di esse la nostra Biblioteca spicca per intraprendenza
e servizio, e come abbonati ed utenti figura nelle prime posizioni
cittadine. Il suo presente patrimonio, composto da 20.950 opere,
oltre 1017 in audio e 573 in video, oggi spazia dalle più ricercate
pubblicazioni d'ogni genere e tipo agli audiovisivi e ai più moderni
strumenti di informazione (riviste, giornali, mensili,
monografie...). Unico problema frenante per l'acquisizione di opere,
in continua crescita, è lo spazio.
Da anni la Biblioteca,
collaborando con la Commissione Culturale del Consiglio di Zona 8,
organizza concerti, esposizioni di opere di pittura e fotografia, in
stretto contatto con il Circolo Culturale Italo Calvino, concorsi
artistici di poesia, musica ed arte varia, tornei di scacchi e vari.
Un cenno a parte meritano gli spettacoli organizzati nel Parco di
Villa Litta facenti parte alle manifestazioni di "Milano Estate",
che per alcuni anni fecero del Parco e della Villa luoghi di
incontro e di spettacoli culturali ad alto livello.
Il Periodico "La
Buona Parola"
Nato in Affori il 1
gennaio 1914, il primo numero di questo periodico si presenta così:
"...Ecco un nuovo periodico che, timidamente, senza pretese, e
desideroso soltanto di fare un po' di bene, si presenta al pubblico
afforese, a tutti facendo i migliori auguri, domandando a tutti di
esser tanto buoni da dedicargli almeno un'ora al mese...". All'epoca
era parroco in Affori da sei anni Don Costante Tresoldi, il quale
aperto alle necessità dell'educazione e dell'istruzione religiosa e
civica, ideò questo bollettino parrocchiale per tenersi in stretto
contatto con la popolazione. Tale pubblicazione suscitò vivo
interesse presso le Autorità religiose. Nell'Archivio Parrocchiale
viene gelosamente custodita tutta la pubblicazione del bollettino
dal primo numero fino al presente che, oltre ad essere una preziosa
fonte di informazioni, rappresenta altresì un libro cronologico
della vita parrocchiale, civica e religiosa di Affori.
Durante la sua storia
subì più volte intralci burocratici, censure e soppressioni. Da
citare che nel 1941 le Autorità richiesero tutte le copie di Buona
Parola che riportavano la rubrica "La Pagina del Soldato", ospitante
la nutrita corrispondenza tra i giovani Afforesi sui fronti di
guerra e le loro famiglie, perché venissero archiviate come
documenti al "Museo ed Archivio delle Guerre d'Italia" al Castello
Sforzesco.
La Banda di Affori
("del nost paes")
Nella seconda metà
dell'800 allietavano matrimoni e feste di famiglia alcuni piccoli
complessi di strumenti a corda ed a fiato. In Affori si rese famosa
l'orchestrina "Elisir d'amore" per l'abilità dei suonatori, composta
da 10 strumenti (chitarre e mandolini). Nel 1853, per iniziativa di
alcuni e il desiderio di tutta la popolazione, nacque in Affori il
complesso musicale dedicato al grande Gaetano Donizetti, morto in
Bergamo cinque anni prima. La sua prima sede per le prove fu nelle
ex-stalle di Villa Litta, inizialmente con 27 azionisti. A Capodanno
del 1901 la Banda inizia la consuetudine di fare gli auguri per il
nuovo anno agli Afforesi con un omaggio musicale suonato per le vie
del paese. Nel settembre 1904 è invitata per un concerto a Lugano,
che ebbe grande plauso. Nel 1906 esegue due affollati concerti
all'Arena di Milano. Nel luglio 1907 partecipa ai festeggiamenti per
il centenario della nascita di Garibaldi. Nel marzo 1909 viene
invitata ad esibirsi per la Visita Pastorale in Affori da parte del
Card. Andrea Ferrari, che rimane entusiasta della prestazione. Il 17
maggio 1914 è chiamata a partecipare, come madrina, alla nascita del
nuovo complesso musicale "Unione e Libertà", banda voluta
dall'omonimo Circolo Cattolico di Affori (fondato nel 1911), sotto
la direzione del maestro Schieppati. Nel pomeriggio di quel giorno
si alternarono in concerto alcuni complessi musicali dei paesi
vicini (Bruzzano, Niguarda, Bresso, Cormano) per festeggiare
l'avvenimento, ma l'esibizione più attesa e che ha riscosso
prolungati battimani fu proprio quella della nostra Banda. Dopo la
Prima Guerra Mondiale, la Banda riprende la propria attività. Nel
1923 festeggia il 70° della propria fondazione con un pranzo
allestito nei locali dell'Osteria Stella. Ma solo nel 1924 il Comune
di Affori riconobbe la realtà di questo bene artistico. Nel 1930 la
Filarmonica G. Donizetti si trasferisce nella nuova sede di via
Zanoli, nei locali della Cooperativa Unione Operaria (Stella), di
recente costruzione, ove rimarrà fino al trasferimento in via
Assietta 32. In seguito al secondo conflitto mondiale, il 29 aprile
1945 il C.L.N. Comitato di Liberazione Nazionale fece una cospicua
donazione alla Banda per incoraggiarla nella ripresa dell'attività.
Di conseguenza il presidente, Agostino Castelletti, si impegnò a
procurare divisa e nuovi strumenti. E fu proprio "Il Tamburo della
Banda d'Affori", canzone di Ravasini-Panzeri, servì a dare quella
spinta pubblicitaria che lancerà la fama della Banda a livello
nazionale. Nel novembre 1955, l'Arcivescovo di Milano, Giovanni
Battista Montini, inviò un cospicuo contributo alla Banda. Nel 1956
il Sindaco di Milano, prof. Virgilio Ferrari, molto affezionato alla
nostra Affori, fece eseguire dalla Sartoria del Teatro alla Scala di
Milano la nuova divisa, inaugurata presso la Cooperativa Stella con
festeggiamenti e relativo concerto. Da quel momento in poi gli
impegni della Banda si moltiplicarono e la portarono in giro per
l'Italia ed anche all'estero. Nel 972 avviene la fusione con la
consorella "Giuseppe Verdi" del CRAL Dipendenti Comunali di Milano,
mantenendo però il suo nome. Il 7 dicembre 1973, il Comune di
Milano, per meriti acquisiti, l'ha insignita dell'onorificenza di
"Benemerita del Comune di Milano"! Dal 1974 ad oggi la Banda
partecipa regolarmente ai Carnevali di Viareggio, Marina di Pisa,
Tirrenia, Vercelli, Oleggio, Cossato ed Ivrea. Nel 1975 condivise la
sua attività con la Banda di Cernusco sul Naviglio, costituendo un
corpo musicale di ben 80 elementi detto "Banda dell'Hinterland
milanese". Dopo molte traversie per ottenere una sede adatta alla
propria attività, nel marzo 1981, su interessamento del Presidente
del Consiglio di Zona 8, Adolfo Carvelli, ha inaugurato la sua sede
sita in un salone dell'ex Ospedale "Paolo Pini". Un accenno alla
partecipazione della Banda al concerto eseguito in piazza,
programmato per la vigilia della "Festa d'Affori", sia in chiesa,
nel giorno della Festa Patronale ed in onore di S. Cecilia (patrona
dei musicisti).
Affori può quindi
vantare uno dei primi complessi musicali organizzati a regola d'arte
fra i molti che lo seguiranno nell'hinterland milanese e che ora, a
distanza di oltre 140 anni, è tra i più famosi ed efficienti. Fama
acquisita non solo grazie alla famosa canzonetta di
Restelli-Ravasini "El tambur de la Banda d'Affori", ma conquistata
sul campo con un curriculum che gli fa onore! Essa può vantare
concerti, presenza in momenti importanti della vita cittadina,
massima cura e perfezionismo nell'esecuzione, vasto repertorio che
spazia dal classico al leggero al moderno al folkloristico: motivi
che le hanno procurato consensi su scala nazionale ed europea.
Ai direttori
succedutisi sul podio in questa ultrecentenaria attività bandistica,
ai numerosi componenti (anziani e giovani), a tutti coloro che ne
permettono l'impegnativa, simpatica e richiesta presenza nel Rione,
un vivo grazie da parte di Affori perché, col meraviglioso tramite
dell'arte musicale e del suo nobile messaggio, hanno tenuto alto il
nome del nostro Rione.
Luoghi, ricordi e tradizioni
I "Serenell" di
Villa Litta: altresì dette "donasc" (le donnacce), un tempo
grandioso ingresso alla Villa Litta, composto da un semicerchio di
pietre scolpite (due vasi ornamentali, due piramidi, due sfingi).
Nel periodo del suo splendore rappresentava l'inizio di un lungo
viale, contornato di piante, fiori, siepi, prati ed adornato da
un'artistica cancellata in ferro battuto.
La Cappelletta di
San Mamete: rappresenta il ricordo più antico della vecchia
Affori, dopo i reperti di epoca romana ritrovati nei suoi pressi dal
Parroco Astesani. Risalente ai tempi delle Crociate, fu costruita
nei pressi di una fresca fonte che Goffredo da Bussero nel 1280
chiamava "pretioso avanzo del secolo decimo".
La Cappelletta
degli Appestati: durante la peste del 1629/32, che fece molte
vittime anche in Affori e Cassine, per motivi igienici le vittime
non venivano sepolte nell'abitato ma portate in un luogo adibito a
tale circostanza. Tale luogo si può localizzare in mezzo ai campi
che separavano l'abitato di Affori dalle Cassine della zona di S.
Mamete e da quelle sulla strada per Novate. In quella zona, sin dai
primi dell'800, era tracciato uno sperduto sentiero che collegava la
via per S. Mamete (via Moneta) alla via Novasca o per Novate (via
Assietta), in corrispondenza con la Cassina dei Prati, ora
incorporata nel territorio dell'Istituto Provinciale Paolo Pini. E
proprio in quel luogo venne eretta questa cappella votiva, a ricordo
delle vittime della peste sepolte in fossa comune. Già ai primi del
'700, dagli scritti del prete Bazzana, si legge che si svolgevano le
funzioni delle Rogazioni o Litanie con processioni che avevano soste
alla cappelletta, con preghiere e benedizioni. In quegli anni il
Parco Corbella si era esteso fino a sfiorare il sito della
cappelletta. Tale cappelletta lungo i secoli venne considerata meta
di momenti di devozione privata e pubblica: la tradizione la
considerò come la "cappelletta degli appestati" o "dei lebbrosi".
Il vecchio Cimitero
di Affori: nato nel 1811 è già da alcuni anni distrutto e
dimenticato. E' servito da sepoltura per un secolo e mezzo, sito sul
sagrato della vecchia parrocchiale, che durò oltre 400 anni! Ma
motivi igienico-sanitari indussero i Governi, verso la fine del
'700, a vietare la sepoltura di cadaveri nelle chiese o cappelle
pubbliche. Fu a partire dal 5 settembre 1806, con decreto Bonaparte
esteso al Regno Italico, che venne decretato che tutte le aree
cimiteriali dovevano trovarsi fuori dall'abitato. E il solerte
Parroco Astesani, ossequioso delle Leggi, si impegnò a rispettare
tale volere. Così venne indetta un'asta il 27 marzo 1810 per la
costruzione del nuovo Campo Santo, fuori dall'abitato. Vincitore
dell'asta fu un certo Santino Galli della Bovisa, con un'offerta
veramente appetibile che indusse sospetto nelle autorità, tanto che
sollecitarono l'Astesani a vigilare sui lavori eseguiti. L'11 agosto
1810, il Galli acquista il terreno di Teresa Litta ved. Gherardini e
iniziò i lavori. Il 15 settembre 1811 fu inaugurato il nuovo Campo
Santo alla presenza di Autorità civili e religiose. Dal 10 giugno
1957, per ordine della Civica Amministrazione, le salme degli
abitanti di Bruzzano-Affori-Niguarda-Dergano-Bovisa, dovranno essere
inumate nel grande, nuovo cimitero di Bruzzano!
Il Monumento ai
Caduti: inaugurata nel 1954, questa opera marmorea dell'artista
Ettore Cedraschi, cela al suo interno sigillata una pergamena con
scritti i nomi dei valorosi afforesi morti per la patria. Porta
incisa sul proprio fianco la frase di speranza profetizzata da
Isaia: "Muteranno le spade in falci e le lance in aratri...".
Tuttavia, oggi giace nella più completa indifferenza.
La Corte dei
Restelli: Affori fu per secoli un agglomerato di "corti" ovvero
cassine in quadrato che abbracciavano un cortile che era un po' il
piccolo mondo di quei paesani. Lì tutto era in comune, una comunità
di famiglie per lo più imparentate, dedite in gran parte
all'agricoltura, all'allevamento e all'artigianato spicciolo. In
comune erano pure i servizi igienici, il lavatoio, gli attrezzi del
lavoro, il grande cortile, il fienile... In Affori v'erano diverse
corti, quali Ghislandi, del Maghitt, dei Biraghi, dei Guaita, dei
Gafuri, dei Mazzola, dei Saitt, del Bec, del Bonalum, del Messa, del
Beltramin, del Spiziè, dei Villa, degli Ostoni... ma la più
caratteristica, animata e patriarcale, con tanto di "sottopassaggio
tipo galleria" fu la "Curt di Resei" che la furia del bombardamento
del 10 settembre 1944 ha ridotto ad un cumulo di macerie, tomba per
tutti i suoi abitanti.
L'Osteria Nuova:
uno dei primi agglomerati risalente agli albori della storia
afforese, l'Osteria Nuova si trova sulla strada postale Comasina.
Anticamente stazione di posta per viaggiatori ed animali stanchi,
era tappa per il viaggiatore prima di entrare nella grande città o
appena uscito. Antica proprietà dei Carcano, poi dei Majnoni, fu
data in gestione ai Montano. Essendo al confine tra Affori e
Bruzzano (tradizionalmente rivali) fu facile vittima di soprusi da
parte di eserciti in transito, e punto di ritrovo per gli amanti
della buona cucina e dell'altrettanto ottima cantina.
La via degli
Zoccoloni: fu nominata nell'800 "Via per Novate" o "Via al viale
d'Adda" o "Via al vial Grande", mentre ai primi del '900 fu detta
"Via Fratelli Bandiera" e poi "Via Taccioli". Alla morte dell'ultima
erede Taccioli, Margherita, la via che era dedicata al munifico
casato riprese il suo vecchio nome "Via Fratelli Bandiera". Solo in
seguito la Giunta Comunale deliberò l'intestazione "Via Giuseppe
Taccioli". Ma nei secoli il suo nome è rimasto come "Via dei
sucuruni": uno stretto ed arcuato budello di rissada, bretellato da
due strisce lastricate per i carri agricoli, attorniato da vecchie
corti. Un artigianale affresco di Madonna sulla parete esterna del
numero civico 10, un'osteria, alcune botteghe, favorivano un
crocchio di persone il cui chiacchierìo sovrastava il cicaleccio
degli zoccolotti sull'acciottolato.
Il Mercato di
Affori: si snodava in tutta la sua eterogenea e variopinta
ampiezza in piazza della chiesa e lungo il viale Affori, e aveva un
non so che di paesano e un'aria festaiola. Era un'occasione per
rivedere persone amiche e conoscenti, come ad un tacito
appuntamento, per uscire dal chiuso del proprio cortile. E proprio
in quel fatidico giorno, il mercoledì, tutta Affori si ritrovava in
questa occasione.
Il giorno della
Festa di Affori: non si sa in quale anno nacque tale festa, ma è
certo che esiste da più di 150 anni, con alle spalle una tradizione
plurisecolare, e definita dai nostri avi come una grande festa,
ovvero: LA FESTA! Ogni paese circostante aveva la sua festa, ed
ognuna era la più sfarzosa, e tutte si susseguivano nel periodo
autunnale. Non si può descrivere purtroppo il colore, la sonorità,
il movimento, la baraonda, l'allegria, la vivacità che creava nella
Comunità questo atteso evento.
Tradizioni
natalizie afforesi: nel dicembre 1858, in uno scritto del
Parroco Panceri, si racconta che a partire dalla prima domenica di
Avvento credenti e non si ritrovavano uniti nella preparazione di
una festa che coinvolgeva l'intero paese e quelli vicini, coi quali
nasceva una frenetica competizione, molto più che per la festa
patronale. I popolani adempivano alle classiche pulizie generali
anche nei punti più dimenticati durante tutto l'anno, ed il presepio
cominciava a nascere nelle abili mani di contadini e artigiani. I
ragazzi andavano a frotte alla ricerca della "teppa" (muschio),
legna, ceppi di varia grandezza, "marogna" (carbone bruciacchiato) e
tutto ciò che potesse servire per la creazione di un paesaggio
simile al vero. Primeggiava fra tutti IL PRESEPIO della
Parrocchiale, orgoglio del Paese, da far visitare ai "foresti" come
espressione dello comune sforzo organizzativo. Il Parroco Panceri
racconta che, nel tradizionale giro di benedizione di case e
cascine, si intratteneva in alcune Osterie lungo il percorso che
facevano a gara per averlo come ospite d'onore. Si ricordano gli
osti dell'Osteria Nuova, dell'Osteria di via Pedroni, della Strecia
in via Cialdini... Nel pollaio c'era fermento per la designazione
della vittima che avrebbe onorato il pranzo natalizio con brodo e
arrosto. La Novena segnava l'approssimarsi del lieto evento e
intensificava quel via vai per portare a termine i preparativi nelle
varie corti. Arrivavano pure gruppi di parenti dai paesi vicini su
carri con tutto l'occorrente per trascorrere alcuni giorni in
fraterna compagnia. Le sere della Novena erano illuminate da
numerosi "falò" accesi in diversi crocicchi strategici per "far luce
alla Madonna e a S. Giuseppe che arrivavano da lontano con
l'asinello". Don Panceri cita gli attuali Cialdini-Moneta, Viale
Affori-Astesani, Zanoli-Cialdini, Taccioli-Novaro... Alcune
famiglie, a turno, erano incaricate di mantenere ardenti per tutte
le notti della Novena questi falò. L'appuntamento classico per tutto
il Paese era la Messa della Vigilia, celebrata alle 17, anticipo di
festa del gran giorno che tutti, adulti e piccini, attendevano.
Tutto la Vigilia era caratterizzata da un gran daffare attorno a
camini, pentole, armadi, madie, forni... rispettando rigorosamente
il digiuno, preludio al domani che era reso più appetibile da una
fame accumulata con grande sacrificio. La "messa dell'aurora",
celebrata alle 4,30, con il cielo ancora stellato e la bruma
mattutina, trovata tutto il paese in fermento. Tutti si ritrovavano
davanti al presepe allestito con LUI ormai ufficialmente nella
mangiatoia! Era d'obbligo il vestito della festa semplice ma
appropriato all'occasione. Al digiuno della Vigilia seguiva
finalmente il pantagruelico pranzo natalizio che, per durata e
portata, doveva restare memorabile per tutto un intero anno. Per
tutto quel giorno strade, sentieri, osterie, assumevano l'aspetto di
un insolito "day after", vuoto e silenzioso. Tutti si ritrovavano
tra le mura domestiche al caldo e in compagnia, vicini al camino
scoppiettante per il ceppo scelto con cura dal capofamiglia, con il
presepio sempre brillante di lucine e popolato dalle più strane
statuine di gesso o cartapesta. I bambini erano all'apice della
felicità per i doni ricevuti: bambole, cavallini, pupazzi, arance e
torroni. Nell'aria si spegnevano al primo crepuscolo le ultime note
dei pifferi e delle cornamuse, che avevano suonato per tutta la
notte. |