La Storia di Affori

(estratto da: AFFORI Mille anni di storia di Luigi Ripamonti - Edizione speciale de LA BUONA PAROLA)

 

Le strade della vecchia Affori

La prima bozza del borgo afforese aveva come sue più antiche vie di comunicazione la "Stretta del Malcantone" - cosiddetta perché in antico vi si consumò un tragico fatto di sangue - con la relativa piazzetta (ora via Osculati), la Piazza Comunale (attuale ingresso da viale Affori alla Villa Litta), il "magnifico viale" costruito nel 1814 dal Conte Triulzi (ora viale Affori), la via Novasca (via Ippocrate), la Contrada al viale d'Adda (via Taccioli), la via all'Osteria Nuova (via Faccio/Novaro), la Contrada della Parrocchiale da monte (via Cialdini sino al sagrato della vecchia chiesa), la Contrada alla Parrocchiale da mezzodì (dal sagrato della vecchia chiesa a via Moneta), la Strada per Dergano (via Cialdini da via Moneta a Dergano).

La configurazione del borgo di Affori non mutò di molto sino al 1870, allorché vennero tracciate nuove vie, ampliate quelle esistenti ed alcuni sentieri divennero vere e proprie strade.

Segue un elenco di vie con i vari nomi che hanno avuto:

- Viale Belgioioso-Triulzi, viale Principe Umberto, via Vittorio Emanuele II, via Libertà, ora viale Affori;

- Strada Comunale Postale Comasina, via Montebello, ora via Astesani;

- Via al Viale Grande, via Taccioli, via Fratelli Bandiera, ora via Giuseppe Taccioli (la via dei Sucuruni);

- Via Fratelli Bandiera portava alla Stazione della Ferrovia e si biforcava in: via Novasca, via per Novate, ora via Ippocrate e via alla Cassina dei Prati, via I Maggio, ora via Assietta;

- Via all'Osteria Nuova, via alla Ferrovia, ora via Michele Novaro;

- Via Roma, ora via Pellegrino Rossi;

La via Montebello aveva come trasversali a sinistra verso Milano:

- Via Victor Hugo, ora via G. Sand;

- Stradella Visconti di Modrone, via G. Giusti, ora via B. Sestini;

Alla sua destra:

- Via Giuseppe Molteni (pittore afforese);

Dalla "Pianta" procedendo in direzione Milano, la via Montebello proseguiva come via Roma, dalla quale si dipartivano a sinistra:

- Via Felice Cavallotti, ora via Bellerio;

- Via per Niguarda, ora via Brusuglio;

E a destra:

- Strada della Ferrarezza, via Solferino, ora via Zanoli;

A queste si aggiungono altre vecchie strade:

- Via Carducci, ora via Bembo;

- Via Ariosto, ora via Regaldi;

- Via Cavour, ora via Ernesto Teodoro;

- Via Unione, ex strada del Malcantone, ora via Gaetano Osculati;

- Via Garibaldi, ora via Gen. E. Cialdini da viale Affori alla piazzetta;

- Via Cialdini, dalla piazzetta sino a Dergano;

- Strada per S. Mamete, ora via Moneta;

- Strada Comunale Comasinella, ora via G. Pasta;

- Strada alla Cassinetta Manzoni, ora via Pedroni;

 

 

Affori da Comune a rione metropolitano

La Mediolanum romana, medioevale, rinascimentale e moderna ha avuto, lungo i secoli, grazie alla propria forma circolare, uno sviluppo "ad anelli". A mano a mano che Milano si espandeva, includeva sempre più i nuovi sobborghi sorti in ordine sparso nelle sue vicinanze, compreso Affori.

Vediamo in breve come si è svolta questa aggregazione.

Inizialmente il territorio attorno a Milano era diviso in 6 fagge, in corrispondenza di ciascuna delle sei porte di ingresso alla città. Ognuna di esse aveva i propri Consoli. Furono Giovanni e Luchino Visconti (1339-1349) ad estendere a tutto il Contado questo sistema divisorio, dettando un apposito Regolamento, e facendo nascere così una cerchia attorno alla città detta "la cerchia dei Corpi Santi". Il suo nome deriva dall'usanza dei primi cristiani di seppellire i defunti (spesso martiri) fuori dalle mura, in quanto nelle chiese di città venivano seppelliti solamente i cittadini ("cives"), venendosi così a creare uno spazio destinato al "cimitero".

Il 21 luglio 1781 l'Imperatore Giuseppe II, figlio dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, emancipò la campagna dalla giurisdizione civica costituendo un solo Comune Forese (da Foras, fuori dalle mura). Fu questa l'origine storica del "Comune dei Corpi Santi".

Tuttavia la formazione di un comune che attanagliava tutt'attorno le mura spagnole, creava non pochi problemi per il futuro urbanistico di Milano.

Così nel 1807 la città aggregò ben 35 Comuni stabilendo con due Decreti Vicereali i suoi nuovi confini. Tra di essi erano compresi: I Corpi Santi, Affori, Dergano e Derganino, Niguarda, Bicocca e Bicocchina, Precotto con Strugherolo, Trenno ed Uniti...

Caduto il Regno Italico, nel 1816 con Francesco I Imperatore d'Austria i 35 comuni aggregati ritornarono autonomi e fu costituito comune il territorio dei Corpi Santi. Nel 1859, con la continua espansione di Milano verso la periferia, si ripresentò il problema dell'aggregazione, al quale i comuni rinunciarono per non partecipare al frenetico sviluppo edilizio della città, aggregando a Milano solamente la parte urbana dei Corpi Santi ma escludendo il resto dei comuni rurali. Tuttavia, la popolazione rurale usufruiva anch'essa dei servizi della città, come le scuole, senza per questo pagare nulla.
Solo nel 1870 il Consiglio Provinciale e il Ministero dell'Interno decretarono che a partire dal 1 settembre 1873 il Comune dei Corpi Santi venga unito a Milano (e con esso 63000 abitanti).
Da allora i comuni limitrofi vedendo le migliori condizioni di vita degli abitanti cittadini sollecitarono l'aggregazione dei loro comuni al comune di Milano, il quale inviò a Roma una relazione in merito.
Con la legge 3 dicembre 1922, Vittorio Emanuele decreta l'unione nell'unico comune di Milano di Affori, Baggio, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino.


Aspetti economico-industriali di Affori del primo '900
Agli inizi del '900 il 90% del territorio di Affori era occupato da prati, pascoli e terreni seminati assumendo l'aspetto di una "corte colonica". Dopo il periodo post-bellico, intorno agli anni '20, si insediarono importanti stabilimenti industriali a ritmo sostenuto.
Già nel 1911 il 29% della popolazione di Affori era addetta all'industria, percentuale di gran lunga superiore ai comuni limitrofi. Anche riguardo al numero di imprese operanti sul territorio, la superiorità spetta ad Affori.
L'attività prevalente riguarda il settore tessile (già fiorente nel '700 con le filande per la lavorazione della lana e della seta). Oltre ad esse esistevano industrie di fonderie, macchine per lavanderia, fabbricazione pellicole cinematografiche, prodotti farmaceutici e chimici. Fino a qualche decennio addietro vi erano complessi industriali quali la Sezione Rotocalchi del Corriere della Sera, la Schleiffer (poi Oerlikon Italiana), il Romanenghi, la Catene Regina, la SIRBRILL, la Cucirini Tre Stelle, la Mazzola, un distaccamento della Lever-Gibbs, il Sugherificio De Francisci, l'Aromatici R. Subinaghi, la distilleria Vittone (famoso Fernet Vittone), la Giuseppe Oppi (vetrofanie), la Fonderia Artistica Paolo Scanziani, alcune fabbriche di biciclette e la fabbrica di velocipedi, motocicli e ruote per aeroplani Giovanni Galimberti, presso la quale lavorò Carlo Maserati come apprendista... e molte altre piccole e medie officine meccaniche o artigianali e alcuni importanti sedi di corrieri d'autostrasporto.
Oggi, causa la deindustrializzazione, tutte queste aziende hanno lasciato il territorio di Affori. Oggi la popolazione attiva afforese, operante in gran parte nel settore terziario, gravita verso la città o verso la parte più esterna dell'hinterland urbano.


Il Comune di Affori e Uniti
Agli inizi del secolo Affori si trovò ad affrontare il degrado economico e abitativo, fronteggiando problemi di assistenza. In merito è da dire che sin dal 1785 erano state abolite tutte le Corporazioni, Scuole, Paratici di categoria e 39 Confraternite ed assorbite tutte in 5: Le Quattro Marie, La Carità, La Misericordia, La Divinità e la Madonna di Loreto.
Come opera preventiva per le malattie infettive viste le pessime condizioni di vita degli abitanti rurali, il Comune pubblicò il 4 aprile 1875 il "Regolamento di Pubblica Igiene". Poi il 30 aprile 1876 pubblicava un "Regolamento Edilizio" che dettava norme per un'edilizia pubblica e privata decorosa e confortevole.
Solo agli inizi del '900 ad Affori furono istituiti dei Comitati di Assistenza che si occupavano di assistenza scolastica, civile, di approvvigionamento, agraria, militare, igienica e sanitaria.
In Affori sin dal 1885 era attiva una società di mutuo soccorso per operai e contadini. Nel 1913 venne fondata l'Opera Pia Comunale, nel 1914 fu istituita la Società Cattolica di Mutuo Soccorso, nel 1918 un Patronato per L'Assistenza ai Profughi e nel 1920 l'Opera Nazionale per l'Assistenza agli Orfani di Guerra.
Attualmente, con delibera comunale del 1968, Affori ha dato vita il nuovo ordinamento amministrativo del "decentramento" suddividendo la metropoli in Zone per essere efficientemente più vicina ai cittadini e offrendo loro la possibilità di partecipare democraticamente al proprio sviluppo civico e culturale.
Con Bruzzano, Comasina, Bovisasca, Scialoia, Affori è parte integrante della Zona 8, quindi città a tutto diritto.


Afforesi illustri e benemeriti
Il nome di Affori compare per la prima volta nella storia, esattamente nel 915, su un documento nel quale si cita l'esistenza di uno sperduto agglomerato di capanne e casupole, un "pagus" il cui nome era appunto "Afori".
Oltre 200 anni dopo, compare nuovamente il nome di Afori allorché nel 1214, sotto il governo di Uberto di Vidalta, Podestà di Milano, i Consigli ed altre persone di Farga, nella Pieve di Seveso, compilano un inventario dei beni di quella porzione di territorio. Tra i firmatari figura un Rugerium de Afori.
Nel 1301 Galeazzo Visconti, signore di Milano, inoltra domanda al Consiglio di Bergamo tramite un tale Filippo da Afori, uomo sapiente e dotto, suo ambasciatore, per la realizzazione di un canale di irrigazione.
Nel 1407 compare un certo Giacomolo detto "Giolo", calzolaio "de afori", tra un elenco di ribelli.
Nel 1438, in un elenco di lavoratori in Milano, compare un certo falegname Manfredo de Afori, insieme a un certo Stefanino de Afori.
Nel 1458 appare nei documenti del Ducato di Milano un certo Clemente de Afori, come rappresentante dei suoi concittadini iscritti nelle liste dei poveri.

Il Pittore Giuseppe Molteni
Giuseppe Antonio viene battezzato il 30 marzo 1800 in una chiesa di Affori. Figlio di Stefano Montani e di Francesca Rossi, Giuseppe non ebbe un'infanzia facile. Infatti tre mesi più tardi alcune truppe francesi, transitando per Affori, distrussero l'Osteria Nuova di proprietà del padre, atto che causò alla famiglia disagiate condizioni economiche e familiari. Al tempo Giuseppe aveva altri 10 fratelli, ma per le precarie condizioni economiche ne morirono 6. Alcuni anni dopo il padre si trasferì all'Osteria posta nei rustici della Villa, in via Cialdini. Il piccolo Giuseppe cresceva coi genitori che erano troppo occupati a sfamare tante bocche per accorgersi della sua inclinazione artistica, finché qualcuno dei frequentatori si accorse delle doti non comuni del ragazzo e aiutò i genitori ad avviarlo agli studi superiori a Milano. E Giuseppe non li deluse, figurando tra i migliori nelle facoltà artistiche e letterarie, producendo i suoi primi lavori. Man mano che cresceva anche i suoi lavori di affinavano iniziavano ad attirare l'attenzione di critici e pittori già affermati. Si specializzò nella ritrattistica, aiutato dal pittore veneziano Francesco Hayez. A questo periodo risalgono alcuni ritratti, tra cui quello di Giuseppe Ripamonti, della moglie e del padre dello stesso. Lo stile della sua pittura richiamava la rinomata scuola germanica dell'Overbach. Appassionato di storia dell'arte e cultore dei classici fu richiesto dalle migliori Gallerie d'arte di Londra e Parigi per restauri di tele pregiate, essendosi specializzato in questo ramo. Uno dei restauri famoso nella sua carriera fu quello del celebre dipinto di Raffaello, "Lo sposalizio della Vergine", esposto alla Pinacoteca di Brera a Milano. Nel 1835 fu convocato a Vienna per ritrarre Ferdinando I in procinto di essere incoronato imperatore. A questo periodo risalgono i suoi dipinti migliori, tra cui il ritratto giovanile dell'amico Alessandro Manzoni, quello del giovane Giacomo Poldi Pezzoli, della Contessa Pallavicino, de "La giovane lombarda" e della Marchesa Vittoria Litta Visconti d'Aragona (allora proprietaria della Villa) che, entusiasta del lavoro, lo presentò alla nobiltà milanese. All'epoca compiva 35 anni e assieme al pittore Giuseppe Bertini ottenne l'incarico da Donna Rosa Trivulzio, madre di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, di indirizzare il figlio giovanissimo verso forme più impegnative di collezionismo nel campo artistico. Sotto la loro guida, Gian Giacomo diede vita a quel gioiello di Museo privato che è oggi il Poldi Pezzoli. In seguito l'astro del grande Hayez riuscì a prevalere sulla figura di Giuseppe Molteni, e mentre cresceva la sua fama, il Molteni terminò la sua non facile vita di artista in Milano nel 1867.

Il garibaldino Filippo Migliavacca
Nel 1800 nacque in via Cialdini Filippo Migliavacca, eroe del nostro Risorgimento, poi dimenticato. Riportiamo qui un brano di un "Album storico-artistico su Garibaldi" intitolato "Garibaldi nelle Due Sicilie, ossia Guerra d'Italia nel 1860, scritta da B.G. con disegni dal vero...", nel quale è riportata l'immagine del vero Migliavacca (forse l'unica esistente): "...Fra i prodi che furono dal ferro nemico mietuti nelle narrate battaglie, noi ricorderemo in particolar modo Filippo Migliavacca ed Enrico Rechiedei, la morte dei quali fu da tutti udita con duolo, tanto erano per le rare della mente e del cuore virtù, nobile ornamento della Patria! Noi particolarmente li ricordiamo, essendo la loro vita un bell'esempio da porsi innanzi alla nostra italica gioventù".
Nato da onesto maestro di scuola, Filippo sin dai primi anni aveva dato ottime prove di sé sia negli studi che nella vita domestica. Nel marzo 1848 si trovava nel Collegio Ghisleri di Pavia, quando, venuto a sapere che in Italia sarebbe scoppiata la rivoluzione, appena diciottenne partì per partecipare alle Cinque Giornate di Milano. In seguito si iscritte alla LEGIONE degli STUDENTI. Negli anni seguenti prese parte a diverse campagne, divenendo prima Sergente furiere e poi Luogotenente, e stringendo amicizia col superiore Garibaldi. Si distinse nella difesa di Villa Spada. In seguito alla disfatta di Roma, Migliavacca riparava a Genova. Qui si dedicò agli studi, e si preparò agli esami di avvocato, superati i quali entrò a far parte dello studio dell'avvocato Giulio Cesare Gabella, uno dei primi del Foro genovese. Spirito caritatevole verso i meno fortunati, nel 1859 si arruolo nei Cacciatori delle Alpi contro gli austriaci. Nonostante fu dato per morto, si seppe al contrario che aveva combattuto a Sesto Calende, a Varese, a San Fermo e a Como. Durante la battaglia di Belforte, eccelse per l'abilità e il coraggio che fece arretrare il nemico, guadagnandosi così il grado di Capitano. Dopo la pace di Villafranca, seguì Garibaldi e i Medici nell'Emilia, ritornandosene a casa solamente in seguito alle dimissioni di Garibaldi. Tornato a Milano, qui esercitò abilmente l'avvocatura procurandosi numerosi clienti. Ma saputo che Garibaldi muoveva in soccorso ai Siciliani, andò a Genova seguito da un gruppo di giovani. Si imbarcò sul "Washington" e giunto a Palermo fu promosso Maggiore. Alla testa del suo battaglione, dopo ripetute prove di valore, cadde a Milazzo. Gli vennero tributati il grado di Tenente Colonnello e la medaglia al valor militare.

Il maestro Luigi Migliavacca
Padre di Filippo, fu uno dei primi che esercitò in Affori la professione dell'insegnamento. Maestro di scuola elementare, Luigi Migliavacca, seppur non ancora ventenne, non fu da meno del figlio per coscienziosità ed entusiasmo per la professione educatrice verso i ragazzi afforesi affidati alle sue cure. Luigi Migliavacca fianco a fianco al Parroco Astesani e in comune accordo coi maestri Don Talamoni e Damiano Sala hanno contribuito notevolmente al progresso culturale di Affori.

 

Majnoni D'Intignano Stefano e Ignazio Majnoni

I cucini Majnoni, pur non essendo originari di Affori, contribuirono notevolmente al miglioramento del nostro comune.

Stefano Bernardo Majnoni (1756-1826): sposo di Francesca Majnoni, figlia del cugino Ignazio, fu insignito della carica di Direttore della Fabbrica dei Tabacchi durante il Regno d'Italia e fu riconfermato anche dagli Austriaci. Nella sua famiglia solamente a lui fu concesso il titolo "D'Intignano" ottenuto per riconosciuti meriti. Amatore d'arte e mecenate di vari artisti, le sue raccolte vennero visitate dai personaggi più illustri dell'epoca (Napoleone, Eugenio Beauharnais, il re di Baviera, l'Imperatore d'Austria Francesco I, il principe di Metternich...). Si trovoò a contatto con la gente di Affori, in cui il cugino aveva proprietà e spesso viveva. Ricordiamo anche il ricorso inoltrato dall'Oste Montano al gen. Majnoni, anche se l'Osteria Nuova in gestione era di proprietà di Ignazio. Per questo si crede che ad interessarsi del risarcimento fu lo stesso Stefano.

Ignazio (1742-1808): fu il proprietario del cosiddetto "Casino Majnoni" al quale era annessa l'Osteria Nuova. Fu banchiere in Milano nell'ultimo quarto del '700 e i Majnoni erano anche proprietari di una "Villa di delizia" in Affori e della "Cassinetta di S. Eurosia", in seguito ceduta a Giuseppe Manzoni. Certamente anche in Villa Majnoni non sarà mancata quella vita di società che si svolgeva nella limitrofa Villa Gherardini Litta. In casa Majnoni venivano spesso ospitate personalità del mondo artistico, culturale, politico e soprattutto militare.

 

L'ing. arch. Ambrogio Annoni

Affori deve molto all'ing. arch. Ambrogio Annoni, uomo di cultura, scienza  lettere, per gli appassionati e competenti studi sulla sua millenaria storia, tradizione e sul notevole patrimonio artistico. In molte occasioni, nel corso di questo lavoro, ci siamo affidati agli studi ed agli scritti da lui pubblicati su riviste d'arte specializzate e sul nostro bollettino "La Buona Parola".

Figlio dell'ing. Luigi Annoni, nacque il 16 agosto 1882 e visse la sua infanzia nella Villa Annoni. Oltre all'antichità delle origini (il cognome ANNONE risale al 1500/1600), la sua famiglia godeva di chiara fama e parecchi furono i suoi componenti che si distinsero nella vita afforese, a partire dal padre, l'ing. Luigi Annoni, Sindaco del Comune di Affori nel 1909, ideatore del campanile della Parrocchiale costruito nel 1873.

Ambrogio si laureò a pieni voti e lode in architettura presso il Politecnico di Milano nel 1908 e gli fu affidata una cattedra di insegnamento su "Caratteri stilistici dei monumenti", di cui fu titolare per ben 45 anni! Ebbe un incarico di presidenza in una commissione delegata al restauro dei monumenti di Milano. Nel 1915 (a soli 33 anni) ebbe la libera docenza in Architettura e Storia dell'Architettura con particolare riguardo allo studio del Restauro.

Numerosi furono gli incarichi affidatigli e le onorificenze raccolte nel corso della sua lunga ed apprezzata attività: fu Accademico di S. Luca, di Brera, dell'Ambrosiana, Sovraintendente ai monumenti della Romagna in Ravenna e Socio onorario di numerose Commissioni artistiche in Italia ed all'estero.

Nel 1929 a Tokio rappresentò l'Italia al Congresso Mondiale degli Architetti ove si distinse come assertore della moderna tecnica del restauro. Fu allievo di Camillo Borto, di Luca Beltrami e di Gaetano Moretti (di cui sposò la figlia). Collaborò alla costruzione dell'Odeon e del Nido Valdani, studiò e mise in opera la ricostruzione dell'Abbazia di Galliano, l'isolamento della Basilica di S. Ambrogio, il restauro del chiostro di S. Erasmo. Studiò e progettò la ricostruzione della CA' GRANDA, danneggiata dai bombardamenti. Sotto la sua direzione venne restaurata la Tomba di Dante in Ravenna. Venne a far parte della Commissione Edilizia dell'Accademia dei Virtuosi del Pantheon.

Il 1953, all'età di 71 anni, si congedò dai suoi allievi del Politecnico: per l'occasione, accorsi da ogni dove, i suoi allievi commossi gremirono l'Aula Magna e i corridoi adiacenti. Da allora tenne ancora conferenze a tecnici ed esperti. Ancor oggi apprezzati sono i suoi studi sulle vicende storiche ed artistiche del Duomo di Milano, della splendida facciata e della famosa piazza. Soprattutto a lui dobbiamo un competente studio, sia sulla storia di Affori che sul quadro della Vergine delle Rocce. Molto ammirati anche i disegni, acquarelli e dipinti che tradiscono un animo molto sensibile oltre che una mente profonda. Suo il progetto ed il disegno del tabernacolo con la porticina in metallo dorato incastonato nell'altare maggiore della parrocchiale. Collaborò anche al progetto per la decorazione completa della stessa. Fu inoltre tra i benefattori più assidui delle opere parrocchiali, degli Oratori e specialmente dell'Asilo Infantile.

Ambrogio si spense ai primi di marzo del 1954 in viale Majno a Milano, all'età di 72 anni.

 

Gli Osculati

Uno dei primi Sindaci del Comune di Affori fu Antonio Osculati, ed uno dei Deputati Comunali coi quali l'Astesani si scontrò fu Girolamo Osculati - padre del noto esploratore Gaetano.

Notorietà e fama diede alla famiglia il Cav. Emilio, Presidente della Società Anonima degli Omnibus a Milano.

Figlie di Gaetano furono Giuseppina Osculati ved. Astesano ed Emilia, vittime del bombardamento del 10 settembre 1944.

Gaetano: nato a S. Giorgio al Lambro il 25 ottobre 1808 da Girolamo e Maddalena Piatti, ebbe la sua prima educazione presso i Padri Barnabiti di Rho. In seguito, per la sua innata inclinazione verso i viaggi e le scienze naturali, frequentò il corso di matematica e navigazione a Livorno.

Superati brillantemente gli esami, venne nominato Capitano di lungo corso, imbarcandosi su navi mercantili che toccarono i più svariati porti del Levante e dell'Europa. Nel 1831 intraprese alcuni avventurosi viaggi in Asia Minore, Egitto e Palestina. Rientrato in Patria, non volendo passare al servizio delle armate austriache, si imbarcò a Le Havre per l'America del Sud e sbarcò a Montevideo. Passò quindi a Buenos Aires e attreversò le Pampas argentine diretto in Cile. Costeggiando la Bolivia, visitò le principali città nel bel mezzo di una guerra civile. Ritornato a Cadice, col suo amico Felice de Vecchi, dottore in scienze naturali e archeologia, si diresse a Vienna ed a Costantinopoli navigando il Danubio. Passarono così in Persia ed in Arabia, e attraversando il Mar Rosso puntarono sull'India. Sbarcati a Bombay si dedicarono a studi e ricerche archeologiche, storiche, etniche e naturalistiche.

Nel 1842, partendo da Aden, passarono da Suez, Il Cairo, Alessandria, Atene, Patrasso, Corfù e giunsero a Trieste il 20 luglio. Durante questo lungo viaggio egli raccolse numerose specie di coleotteri, dandò il via a quelle preziose raccolte che lo resero famoso negli ambienti di scienze naturali in tutta Europa.

Nel 1846 si diresse ancora verso l'America esplorando l'Ecuador e fermandosi per alcuni mesi a Quito. Da lì attraversò le Ande e seguì - in prima assoluta - il corso del RIO NAPO dalle sorgenti alla sua foce nel Rio delle Amazzoni.

Nel 1848, avendo saputo della sconfitta degli Austriaci nelle Cinque Giornate di Milano, rientrò con gioia nella propria città!

Dal Rio Napo - che descrisse per primo e del quale disegnò il completo percorso - riportò una pregevole raccolta di coleotteri ed altri animali, classificata in seguito dal famoso naturalista Emilio Carnalia. Raccolse pure un rarissimo erbario che offrì in dono alla Società Geografica Italiana.

Nel 1857 compì l'ultimo suo viaggio in Egitto, Indostan e Cina, al termine del quale si dedicò completamente alla propria famiglia.

Il 18 maggio 1857 l'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo lo nominò Socio Onorario. Il Ministero della Pubblica Istruzione, con Decreto emesso in Firenze il 27 luglio 1867, lo insigniva della carica di Delegato del Mandamento di Affori.

Nel 1880, allorché l'Imperatore del Brasile, Don Pedro D'Alcantara, venne in visita a Milano, volle conoscere personalmente il celebre scopritore delle sue terre. Fu nominato Cavaliere dell'Ordine Mauriziano dal Re Umberto I.

Morì il 14 marzo 1894 e fu sepolto nel Cimitero Monumentale. L'Osculati lasciò al Municipio di Milano la propria preziosa raccolta di coleotteri d'Europa, che, assieme ad altre sue raccolte cedute al Museo Ernesto Turati, si può ammirare nel Museo Civico di Milano.

 

L'elenco dei personaggi importanti non è concluso, ma si allunga sui molti anni della vita afforese con centinaia di nomi, che per varie ragioni non possiamo qui citare.

 

 

L'eredità artistica e culturale

 

La Villa Litta di Affori

Dagli scritti dell'arch. Ambrogio Annoni: "L'Arcivescovo di Milano Giovanni Visconti alla metà del secolo XIV aveva eretto in Affori una sua splendida villa. A me sembra di ravvisarne gli avanzi in due archi di accuratissima fattura [in via E.T. Moneta] ed in una Madonnina di terracotta che la nobile Donna Teresa Litta Gherardini, in alcune ricostruzioni, faceva murare ai primi dell'800 quale 'praesidio devoti populi' [locandina murata sulla parete della Caserma dei Carabinieri in via Cialdini]. Sull'area della Villa Viscontea (o poco discosto) sorse quella che oggi chiamiamo la Villa Litta di Affori che nel 1927 divenne proprietà del Comune di Milano, dopo 218 anni di vita mondana. Fu infatti ceduta al Comune dall'Amministrazione Provinciale in quell'anno ma, fino al 1905 apparteneva al nobile Giovanni Litta Modignani (morto nel corso dello stesso anno) che l'aveva avuta in dote dalla propria moglie, una delle nipoti di Luigi Taccioli. Questi ne era venuto in possesso per acquisto (e non per cessione come accaduto in passato) quando, morta in Parigi nella prima metà del secolo scorso, Donna Vittoria Visconti d'Aragona, cessò con essa la schiatta dei feudatari di Affori".

Il palazzo barocco: "Fatta costruire circa il 1687 da Pietro Paolo Corbella, Segretario della Cancelleria Segreta, ...Marchese del Feudo di Affori da lui stesso comprato..., la Villa risente dei tempi in cui venne eretta: l'architettura barocca andava smorzandosi nello stile del '700 e si rammorbidiva nel famoso Rococò di Luigi XVI. La fastosità esagerata e contorta aveva finito per stancare e la Villa, nella sua parte esterna, si presenta semplice e liscia, resa svelta, a soli tre piani, dai corpi rientranti che, essendo centrali, sono alleggeriti da due simmetrici porticati, uno per facciata; pochi i balconi, con parsimonia sapiente sparsi lungo i lati, tolgono monotonia alla semplicità fin quasi eccessiva di questi con le loro linee curve e leggiadre. Lo stile delle sale e delle stanze interne, invece, si manifesta lussureggiante, straricco e pur gaio, leggero ed attraente; si direbbe che qui lo stile dei due secoli si sia fuso in uno, in cui la composizione larga e fantastica del '600 è contemperata dall'esecuzione aggraziata e dai colori un po' meno vivi ed appariscenti del '700. L'ornato scalone che si apre a sinistra dell'atrio porticato d'accesso conduce all'appartamento superiore, dove si resta attratti dalla novità e ricchezza dell'anticamera: un fregio ad olio del NUVOLONE (detto il Panfilo...) che corre lungo tutte le pareti, appena sotto il soffitto in legno fantasticamente dipinto ad arabeschi... Spalancati i ricchi battenti ci si presenta dinanzi una sala grandiosa; dall'altissimo soffitto tutto in legno decorato, pende un magnifico lampadario in ferro battuto e verniciato: finge un gran mazzo di fiori artisticamente avviluppati attorno alle candele... Quattro balconcini si aprono verso l'interno del salone in alto, ai lati di due grandi affreschi rappresentanti scene mitologiche di mare... Completa la disposizione artistica del salone un vasto camino, la cui sobrietà di linee e di colori nei marmi, contrasta vivamente con la sontuosità di quello e dà maggior risalto alla sua ampiezza. Le sale erano adorne di bei quadri di paesaggio di Rosa da Tivoli ed altri di scuola del Poussin e pitture d'una certa grandiosità decorativa...

Il Parco: "E ora scendiamo nel vasto parco tracciato 'all'inglese' dal Conte Ercole Silva... ... Esso presenta delle vedute veramente incantevoli e dei gruppi di paesaggio sui quali l'occhio riposa, deliziandosi. Prima certo era 'all'italiana' coi lunghi viali regolari e la monotona simmetria delle aiuole e le siepi di bosso tosato e gli alberi rotondati a cono o quadrati a dado... ...Ai viali di carpini intrecciati a pergolato, vennero sostituiti gli svelti viottoli in mezzo ai prati ombreggiati da robusti pini. Quindi, la compassata simmetria dell'antico 'all'italiana' si preferì sostituire con la fantasiosa irregolarità 'all'inglese'".

I Sirenei: ormai abbandonati a sé stessi, in rovina e miseramente dimenticati.

L'Artistica Cancellata del '700: opera del '700, la cancellata in ferro battuto fu asportata per dotarne l'entrata padronale di Villa Clerici a Niguarda, fatto che all'epoca produsse non poche polemiche.

Da una mappa del '700: da una mappa catastale austriaca del 1720 risulta che la Villa presentava già lo schema ad U con ali inserite senza aggetti. Solo l'ala Est era annessa al fabbricato padronale, l'altra era destinata ai servizi ed era continuata da un edificio rustico scomparso in seguito. Il porticato sulle due fronti era pure presente, ma a sette portici, interessando quasi tutta la facciata Sud, mentre l'altra a Nord appariva tutta porticata, risvoltando l'arcatura anche sull'ala nobile. Mancava il viale-corridoio laterale e l'accesso dal paese avveniva tramite uno slargo, chiuso da un'esedra molto accentuata, direttamente raccordata alle ali, già nella posizione della posteriore cancellata settecentesca. Non vi era il lungo vialone prospettico assiale e il giardino all'italiana a sud della Villa vi appare molto ridotto. Della trasformazione della Villa seicentesca nelle forme attuali non esiste traccia alcuna. Nel 1966 la villa appare così a Raffaele Bagnoli: "...oggi più nulla rimane delle antiche decorazioni, né delle sale... gradualmente sono stati abbattuti alberi plurisecolari... Agli inizi del secolo un terribile ciclone aprì un grande vuoto fra il già espoliato Parco facendo strage di alberi secolari... Altra espoliazione la compirono gli uomini, allorché l'Amministrazione Provinciale vendette ai privati alcuni territori ai lati del Parco, riducendone la vastità...". Nel 1915 dalla Deputazione Provinciale la Villa fu adibita a ricovero per malati di mente in attesa di definitiva sistemazione nell'Istituto Psichiatrico Paolo Pini ed il maestoso Parco venne affidato alle loro cure. Ora la superficie totale risulta di mq 81.543, di cui 2.925 coperti.

 

Proprietari e passaggi di proprietà: Villa Litta fu eretta nel 1687 dal Marchese Pietro Paolo Corbella. Nel 1700 gli succedette il figlio Carlo che muore nel 1754; gli succede il figlio Luigi al quale succede l'unica figlia Barbara Marianna, la sposa ventenne del Conte Francesco d'Adda, al quale passa la proprietà della Villa in seguito all'immatura scomparsa della consorte. In seconde nozze il Conte d'Adda sposa Donna Teresa Litta che eredita la proprietà al decesso del consorte. E' questo il periodo di maggior splendore della Villa. Donna Teresa, nel 1782, in seconde nozze, unisce la fama del proprio casato - Litta Visconti Arese - a quello del Marchese Maurizio Gherardini di Verona, che compartecipa all'eredità della Villa. Alla morte del marchese subentra come erede la figlia Vittoria - sposa in prime nozze del Marchese Gerolamo Trivulzio ed in seconde nozze del Marchese Visconti d'Aragona Alessandro. Donna Vittoria muore a Parigi nel 1836, senza testamento. A questo punto il passaggio di proprietà della Villa avviene per acquisto e non per successione. Vi subentrano i Taccioli, famiglia di banchieri di Milano, a seguito di asta pubblica. Luigi Taccioli, morto in Affori nel 1847, lascia in eredità ai figli Enrico e Gaetano, il patrimonio. Spartitasi la proprietà, questa passa a Enrico che, alla propria morte, la cede alla figlia Margherita, la quale nel 1873 va in sposa al nobile Litta Modignani Giovanni. Morta Margherita nel 1882, la Villa passa al Litta Modignani che, pochi giorni prima della propria morte, nel 1905, essendo senza discendenti diretti e per evitare eccessivi oneri successori ai nipoti (figli di Luigi e di Paolo), cede la proprietà all'Amministrazione Provinciale di Milano, la quale in seguito, nel 1927, la cede in proprietà al Comune di Milano.

 

L'antica Chiesina di San Mamete

Chiesina dedicata al martire giovinetto S. Mamete, era già esistente nell'anno mille, ma non ci sono prove certe che testimonino da chi sia stato costruito. Era posto all'incrocio della strada romana che costeggiava torrenti e fontanili con la strada che proveniva da Villapizzone (via Chiasserini). Delle diverse cappelle devozionali antiche erette in Affori, solo questa e quella dedicata a S. Giustina sono sopravvissute, l'ultima però assorbita in una chiesa costruita nel 1400 e a sua volta sostituita con la vecchia chiesa (ora in piazzetta Cialdini) nel '500. Non è dato sapere come sia nata la devozione al giovane martire di Cesarea di Cappadocia (Asia Minore). Tale chiesina ha vissuto secoli di crescente notorietà i cui echi si sono spenti nei passati anni '60, in un inspiegabile declino. In un documento si legge che nel 1807 vi si poteva ammirare: "...il coro, prezioso e originario avanzo del secolo decimo. Uno dei pochi resti è un dipinto a fresco, discretamente conservato e che si ammira ancora nel lato del vangelo, oltre la marmorea balaustra del 1700. Rappresenta il Santo giovinetto Mamete, umile nel portamento, ma fiero della sua fede per la quale diede la vita; viso angelico, leggermente inclinato, capelli biondi incorniciati da un'aureola a tutto fondo; per fattura tecnica il dipinto si dimostra eseguito nella prima metà del 1400". In un altro documento del 1745 si legge: "...L'abside tutta dipinta a toni or vivi, or pallidi, or smorzati nella penombra, or ravvivati da un fascio di luce che, irrompendo al levar del sole nella lunetta del coro, faceva spiccare, mettendole in risalto, le aureole degli affreschi, il soffitto in legno ricoperto, secondo il gusto della seconda metà del 1400, con carte colorate dai raggi solari, dalle stelle in oro, dai nastri svolazzanti con scritti motti biblici". Negli antichi documenti del dossier di S. Mamete si narra altresì del piccolo oratorio e della festa annuale che si celebrava a cui accorreva moltissima gente dei paesi circostanti. Solennità religiosa, incontro amichevole e scambio di notizie e commerci dei prodotti locali, durava una settimana e culminava il 16 agosto, in simbiosi con la tradizionale festa di S. Rocco (molto caro alle popolazioni contadine). A tutela della chiesina i Parroci di Affori sin dal 1500 vi avevano insediato "eremita" che abitava gli appositi locali incorporati nell'edificio e svolgeva mansioni di sagrestano e custode. Tuttavia da qualche decennio a questa parte non vi è più alcun stabile custode e l'ultima delle famiglie afforesi a svolgere tale mansione fu la famiglia Santambrogio. Tale era la notorietà della chiesina che nel 1671 il dottore della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Giuseppe Valvassori, fece pubblicate un libretto in cui narrava la vita del Santo e del "famoso oratorio di S. Mamete", assecondando il desiderio del Rev. Don Francesco Maria Ferrario, curato di Affori. Infatti in quegli anni il Parroco Ferrario stava restaurando la cappella ormai cadente e vi faceva erigere l'altare in stile barocco, ancor oggi esistente, trasportandovi uno dei dipinti murali come pala d'altare, dipinto purtroppo andato perduto. Nel 1706 il Parroco Gian Battista Motta compie un altro restauro (balaustra, pavimentazione, capriate del soffitto). Nella prima metà dell'800 il Parroco Astesani, illustre e competente studioso d'arte e archeologia, vi fece seppellire i propri genitori. Imitandone l'esempio, la nobile famiglia Litta Gherardini, proprietaria della Villa e di gran parte di Affori, vi faceva seppellire Donna Teresa Litta Arese. Un'opera di restauro compì anche il Parroco Tognola che rifece le strutture e rivitalizzò la "festa", che tornò importante almeno fino alla sua morte nel 1964. Risistemò la piazzetta antistante la chiesa e la recinse, come pure il "vignolo" annesso, e rinnovò la nicchia del Santo. Grazie alla sua competenza in campo artistico, fu in grado di scoprire, sotto affrescature settecentesche, preziosi affreschi del sec. XII e XVI, che ne attestano l'antichità. Solo i restauri del 1985 voluti e intrapresi dal Parroco Enrico Alberti, hanno riportato un po' di dignità all'edificio. Purtroppo oggi, in seguito ad interventi amministrativi della Curia milanese, la chiesetta è passata in cura alla Parrocchiale di S. Filippo Neri (quartiere Bovisasca).

 

La Tavola della Vergine delle Rocce

Racconto tratto da uno scritto di Annoni: "Viene donato da Luigi Taccioli con testamento del 10 settembre 1844 a questa Parrocchiale, ma di esso non se ne conosce l'autore. Collocata sull'altare di cui gli eredi Taccioli nel 1861 fecero dono alla Parrocchiale, la Tavola venne sempre tenuta in grande venerazione. Nel 1882 l'Abate Malvezzi esprimeva il parere che esso fosse opera (sia pure diretta e coadiuvata dallo stesso Leonardo) del pittore Marco D'Oggiono. Solo nel 1901 lo studioso Annoni si accorse dell'eccellenza e bellezza del dipinto, pregando così l'amico Emilio Anderloni, esperto fotografo, di eseguire una fotografia dello stesso. Dopo che Annoni mostrò la foto al critico Diego Sant'Ambrogio, essi venne a vedere il quadro e ne rimase entusiasmato. Intanto quella fotografia venne da lui mostrata e inviata ai più dotti ed illustri critici, anche stranieri. A rendere maggiormente noto il dipinto contribuirono le Cartoline Postali che il dott. Sant'Ambrogio pubblicava nello stesso anno. Uno dei primi a visitare il dipinto fu un critico straniero, Diner Denes di Budapest. Ma già il 31 marzo s'era accertato il carattere leonardesco del dipinto, e ne "La Lega Lombarda" il 22 aprile ne veniva pubblicata dal dott. Sant'Ambrogio la prima notizia. Diner Denes, osservando abbastanza bene il dipinto, ne fu talmente entusiasta da pubblicarne le qualità su riviste d'oltralpe. Il quadro fu visitato da altri studiosi, quali il Cav. Donato Barcaglia, valente scultore, il Dott. Cav. Edoardo Linduer, Gustavo Schlosser, Direttore dei Musei Imperiali, il critico francese Marcel Reymond, il Cav. Hans Semper, professore d'Arte all'Università di Innsbruck, che lodarono il dipinto e la maestria con cui era stato realizzato. Il 22 settembre venne ad Affori Felix Possart, illustre pittore che aveva eseguito per l'Imperatore Guglielmo II di Germania un quadro rappresentante l'entrata di Cristo in Gerusalemme, che affermò che in esso si rivelavano facilmente tutti i caratteri di Leonardo, ed osservò la gran rassomiglianza del volto della Vergine col Cristo del Cenacolo vinciano. Il 26 venne il Comm. Luca Beltrami, che dopo aver espresso il dubbio che nella Tavola vi sia qualche ritocco, affermò le teste essere di certo di Leonardo, esaltando come di grandissimo pregio il nostro quadro". Nel 1951 fa testo il saggio edito da "Pitture e Sculture nelle chiese di Milano" a firma della prof.ssa Eva Tea, esperta critica d'arte e una delle più appassionate ammiratrici della nostra Tavola. Essa narra la vicenda del progetto leonardesco di una Tavola da dipingere per i Fratelli della Concezione e da collocarsi nella Cappella di loro proprietà nella maestosa chiesa milanese di S. Francesco Grande, secondo un contratto del 1483, vicenda complessa che si trascinò per oltre 20 anni. La storia narra di come sono nate le due pale raffiguranti la scena della Vergine col Bambino in una grotta, possedute da Parigi e Londra, ma delle quali solo la prima mostra i segni dell'autenticità artistica leonardesca, mentre la seconda ha chiare caratteristiche del pennello del Preda, socio di Leonardo in questo lavoro. Il nostro quadro, in base alla teoria di Eva Tea, è nato tra le due pale di Parigi (circa 1493) e di Londra (circa 1507).

 

La Parrocchiale S. Giustina

Costruita nella prima metà del '500 (su di un'altra chiesa preesistente) sul luogo ove sorgeva l'antica cappella dedicata a S. Giustina, venne rattoppata da artigianali restauri lungo i secoli e, in occasione della Visita Pastorale dell'Arcivescovo Carlo Borromeo nel 1568, fu giudicata da ripararsi per creare nuovo spazio. Sino al 1811 infatti la chiesa non solo era angusta, ma puro lo era la piazza antistante, occupata dal classico cimitero di campagna. Fu il Parroco Astesani ad affrontare il problema sottoponendolo ai nobili e proprietari di terreni afforesi affinché contribuissero a risolvere il problema annoso, considerando gli scarsi mezzi a disposizione dei Fabbriceri. Un accorato appello nel 1815 lanciato alla popolazione d'ogni classe e veto riuscì a mettere in moto una corale opera che, a distanza di un secolo e mezzo, mostra la buona volontà degli afforesi. Ma inizialmente non ci fu comune accordo e la questione venne dibattuta lungamente, con la presentazione di vari disegni di allungamento della chiesa, finché non giunse alla decisione di costruire una nuova chiesa in un luogo più opportuno. Dopo altri vent'anni di tentativi, nel 1857 il Parroco Giovanni Panceri scrive al Vicario Arcivescovile di Milano per annunciargli la prossima costruzione della nuova chiesa, progetto affidato all'Arch. Giacomo Moraglia. Con l'aiuto della comunità fu acquistato un terreno appartenente a Marietta Osculati in Brigola, mentre la costruzione fu a carico del Comune con l'aiuto degli Afforesi più abbienti. La prima pietra fu posta domenica 15 marzo 1857, e già a settembre si scorgevano i muri di sostegno. Nella primavera del 1859 era quasi completata, ad eccezione dell'altare maggiore (pronto solamente nel 1862), donato da Giulia Clerichetti Taccioli. Ci vollero ancora anni per arrivare al suo completamento.

L'interno e le opere: Sotto le ampie volte in perfetto stile neoclassico, inizialmente non c'era il complesso dell'altare maggiore e nemmeno alcuna decorazione alle pareti. Solo in un secondo tempo apparvero disegni ornamentali a motivi geometrici lungo le pareti e i cornicioni. Ma solo negli anni '20 del nostro secolo si potrà ammirare una completa essenziale decorazione. Mancavano altresì le balaustre in marmo, i pulpiti in legno dorato, i due grandi affreschi laterali. Semplice nelle linee con le quali gradualmente si eleva fino a culminare nello svettante e classico tempietto, sormontato da una statua del Redentore benedicente, l'altare occupa con maestosità il centro ideale della costruzione. Costruito in pregiato marmo bianco su disegno dell'arch. Luigi Clerichetti, nel 1870 vi venne collocata la famosa Tavola. Ai lati, in posizione simmetrica, due angli di ottima fattura dello scultore Luigi Marchesi di Viggiù, sostano in atteggiamento orante. In occasione di solennità, feste o riti, fanno loro compagnia e decoro pregevoli candelieri dell'800, quattro statue in metallo dorato di metri 2,25, raffiguranti i Santi Carlo, Ambrogio, Barnaba e Agostino, donate dal Cav. Gaetano Dacomo e realizzate dalla Broggi. In speciali occasioni concorrono anche artistici reliquari argentati a palmetta, a croce, ad urna, ad albero ed a mezzo busto. L'artistica sedia presbiteriale: Situata nell'abside e attorniata dagli stalli del coro ligneo, capolavoro dell'artigianato del '500, troneggia ancora oggi affiancata da artistiche sedie d'epoca in ottimo noce. E' una sedia monumentale da cerimonia, destinata ad ecclesiastico d'alto rango in occasione di solenni funzioni religiose. Ha una base di cm 113, cm 67 di larghezza e cm 280 di altezza. E' costruita in pregiato legno di stagionato noce scuro ad intagli nella spalliera, a quadrati e piastrelli nella volta a tutto tondo, con quattro medaglioni all'esterno raffiguranti, in basso, due profeti dell'Antico Testamento ed in alto S. Giovanni Battista e S. Ambrogio; due piccoli tondi frontali raffigurano l'Angelo nunciante e Maria SS. Si potrebbe definirne l'esecuzione nel primo Cinquecento con alcuni ritocchi e modifiche apportate in epoche successive.

L'organo Amati di Pavia: Installato nel 1884, in sostituzione dell'ormai vetusto organo già presente nella vecchia chiesa, per volere del nuovo Parroco, don Paolo Giorgetti, il quale venne a conoscenza che nella Cattedrale di Pavia si stesse sostituendo il vecchio Organo Amati con uno nuovo offerto dal mecenate pavese Lingiardi. Gli Amati furono una celebre famiglia di liutai cremonesi, fiorita tra il 1500 ed il 1700, maestri degli altrettanti famosi Stradivari e Guarneri, parenti di Antonio ed Angelo Amati di Pavia, due organari lombardi della prima metà del '700. Il nostro strumento porta come data di nascita il "1810", stampata su di una targhetta inserita sopra la tastiera, ed è attribuito a Luigi Amati (morto nel 1829). Acquistato dalla comunità per un notevole prezzo, venne restaurato, accordato ed integrato dal perito Marelli. Dopo tante peripezie, il 12 ottobre 1884, domenica, l'organo fece vibrare tutta la sua potenza nell'attuale Parrocchiale.

L'interno della Parrocchiale e le opere custodite: 43 metri ci separano dal semicatino sovrastante l'altare maggiore, affrescato dal pittore Carlo Cocquio di Varese nel 1946 e raffigurante la gloria di Cristo attorniato da angeli e dai Santi. Dello stesso pittore possiamo ammirare altri affreschi: quattro nelle transenne laterali (1942), sulle facciate delle cappelle della B. Vergine e di S. Giuseppe e soprattutto la grande cupola, detta "il cupolone", ove vi è raffigurata la gloria di S. Giustina (1946). Anche nell'abside si possono ammirare due affreschi dedicati alla Santa Patrona. Dello stesso artista anche la "Via Crucis": 14 quadri dipinti ad olio e donati al Parroco Mons. Tognola. Nelle quattro vele che incoronano la cupola vediamo affrescati i Quattro Evangelisti: è tutto ciò che rimane della vecchia decorazione della Parrocchiale, restaurata dopo il bombardamento del 1944. La prima decorazione globale fu affidata al pittore Archimede Albertazzi nel 1927. Alcuni anni fa è stato rinvenuto un altro affresco dell'Albertazzi, nel battistero, raffigurante il battesimo di Cristo, rimasto per anni nascosto dietro una tela della fine del '500. Ai lati dell'altare maggiore spiccano due grandi affreschi, fatti restaurare dal Parroco Mons. Franco Verzeleri: quello di sinistra rappresenta un episodio realmente avvenuto durante la peste a Milano nel Lazzaretto, in cui un appestato moribondo, ritenuto morto, abbandonato tra i cadaveri, si solleva ed invoca il Viatico che gli viene porto da un frate cappuccino. Il suo desiderio viene espresso con la frase "ancora una volta" divenuta quasi un motto. L'autore dell'affresco è il pittore Davide Beghé nel 1902. Di fronte ad esso si trova l'affresco opera di Luigi Valtorta, maestro del Beghé, raffigurante l'istituzione delle "SS. Quarantore" da parte di S. Antonio Maria Zaccaria. Un'ottima pala, dipinta da una scuola lombarda di fine '500 e situata fino a qualche tempo fa nel battistero, raffigura il battesimo di Gesù. Fu donata dal Cav. Attilio Prandoni nel 1939 e restaurata dal prof. Mario Rossi di Milano. Un'altra pala degna di nota raffigurante la visita di Maria alla cugina Elisabetta, proviene da una scuola veneziana del '700 e fu donata al parroco don Tognola il quale la fece restaurare dal suddetto prof. Rossi. Ci sono altri dipinti raffiguranti S. Pietro, S. Francesco Saverio, S. Carlo, S. Luigi Gonzaga, il martirio di S. Sebastiano, S. Anna con Maria SS., la Sacra Famiglia, il ritratto di Paolo VI di Dernini, la B. Vergine in preghiera. In sagrestia si può ammirare inoltre una tela di provenienza russa donata dalla Famiglia Oppici di Affori al Parroco Tognola nel 1946 e originaria della fine del '500, raffigurante la Deposizione di Gesù dalla Croce, sorretto da Giuseppe d'Arimatea (che ha donato a Gesù il suo sepolcro) e non da Maria SS. come solitamente viene messa dall'iconografia tradizionale. Ai lati della suddetta tela si trovavano due "Angeli del dolore", dipinti dal pittore afforese rag. Soffredi. Di pregio artistico è pure un bassorilievo in marmo bianco di S. Teresina, opera dello scultore Giannino Castiglioni, donata dalle sorelle Annoni negli anni '30. Sulla facciata della Parrocchiale possiamo ammirare i tre stupendi e artistici portali in bronzo di cui quello centrale e quello di sinistra sono opera dello scultore Pietro Zegna (inaugurati rispettivamente nel 1990 e nel 1992), mentre quello di destra è opera dello scultore G. Abram (inaugurato nel 1991).

Il campanile: Mentre sulla planimetria del 1856 gli era stata assegnata la posizione sul lato sinistro del complesso, in seguito il progetto venne modificato e fu posizionato sul lato opposto. Atteso per ben 15 anni, solo nel 1873 si diede inizio alla sua costruzione su disegno dell'Ingegnere Luigi Annoni. Due anni dopo il collaudo venne arricchita di un armonioso concerto di cinque campane. La cuspide venne terminata in seguito. Il 27 novembre 1942 le cinque campane vennero sequestrate per causa bellica e riposizionate il 20 giugno 1948 con la benedizione del Card. Schuster. La più maestosa delle cinque, chiamata "campanone", pesa ben 18 quintali e si dovettero eseguire opere di rinforzo al castello.

 

Monumenti dedicati ai caduti

Tutti i caduti afforesi delle due guerre mondiali sono elencati in alcune pergamene, accompagnate da una corona del Rosario, una pallottola ed una stelletta in dotazione al "regio esercito".

Su due lapidi marmoree, infisse alle pareti della nostra "Villa", sono altresì scolpiti a caratteri indelebili i nomi di afforesi martiri della libertà e caduti per la patria, che la nostra Comunità vuole riproporre con orgoglio e riconoscenza alle generazioni presenti e future di cittadini. Le lapidi vennero inaugurate separatamente: il 4 novembre 1950 e il 25 aprile 1981.

 

 

Realtà culturali passate e presenti

 

Le Biblioteche

Verso la fine del XIX secolo venne istituita la Biblioteca Parrocchiale, che subito ebbe un grande successo di iscritti e di utenti. La Giunta Comunale incoraggiò con un proprio contributo tale iniziativa, ripromettendosi di interessare le Autorità cittadine che già dal 1886 in Milano avevano istituito una "Biblioteca circolante" ad uso di insegnanti e scolaresche dei vari rioni della città.

Tale problema impegnava sempre più le Autorità che nel 1872 iniziarono a finanziare la "Società promotrice delle Biblioteche Popolari" che raccolse un grande successo di pubblico, il quale chiedeva insistentemente migliori orari per il loro utilizzo. Così nel 1928 venne avviato l'esperimento dell'apertura serale della Biblioteca stabile cittadina.

Dal 1956 la Biblioteca Comunale, precedentemente ospitata al Castello Sforzesco, trova la sua nuova sede nel palazzo Sormani. Ma la periferia vuole la propria biblioteca e nel 1932 nascono le "Biblioteche Pubbliche Rionali" che nel 1939 vantano già ben 21 punti di riferimento e di prestito. Anche Affori ebbe la propria "Biblioteca Rionale" nel 1962 con sede nei locali di Villa Litta su un'estensione di mq 500, ma all'epoca i libri non erano messi in vista. In seguito, con l'aumento degli utenti, la Biblioteca trovò nuova sistemazione (parte di quella attualmente occupata), riuscendo a porre i libri a portata diretta degli utenti. Dagli anni 70 è iniziato il vero balzo in avanti di questa Biblioteca Rionale, divenuta Centro di informazione, di aggiornamento, di aggregazione culturale.

Dal 1962 al 1987 si ebbe il maggior sviluppo dell'iniziativa culturale di cui le Biblioteche furono strumento con l'apertura di ben 31 punti di prestito. Tra di esse la nostra Biblioteca spicca per intraprendenza e servizio, e come abbonati ed utenti figura nelle prime posizioni cittadine. Il suo presente patrimonio, composto da 20.950 opere, oltre 1017 in audio e 573 in video, oggi spazia dalle più ricercate pubblicazioni d'ogni genere e tipo agli audiovisivi e ai più moderni strumenti di informazione (riviste, giornali, mensili, monografie...). Unico problema frenante per l'acquisizione di opere, in continua crescita, è lo spazio.

Da anni la Biblioteca, collaborando con la Commissione Culturale del Consiglio di Zona 8, organizza concerti, esposizioni di opere di pittura e fotografia, in stretto contatto con il Circolo Culturale Italo Calvino, concorsi artistici di poesia, musica ed arte varia, tornei di scacchi e vari. Un cenno a parte meritano gli spettacoli organizzati nel Parco di Villa Litta facenti parte alle manifestazioni di "Milano Estate", che per alcuni anni fecero del Parco e della Villa luoghi di incontro e di spettacoli culturali ad alto livello.

 

Il Periodico "La Buona Parola"

Nato in Affori il 1 gennaio 1914, il primo numero di questo periodico si presenta così: "...Ecco un nuovo periodico che, timidamente, senza pretese, e desideroso soltanto di fare un po' di bene, si presenta al pubblico afforese, a tutti facendo i migliori auguri, domandando a tutti di esser tanto buoni da dedicargli almeno un'ora al mese...". All'epoca era parroco in Affori da sei anni Don Costante Tresoldi, il quale aperto alle necessità dell'educazione e dell'istruzione religiosa e civica, ideò questo bollettino parrocchiale per tenersi in stretto contatto con la popolazione. Tale pubblicazione suscitò vivo interesse presso le Autorità religiose. Nell'Archivio Parrocchiale viene gelosamente custodita tutta la pubblicazione del bollettino dal primo numero fino al presente che, oltre ad essere una preziosa fonte di informazioni, rappresenta altresì un libro cronologico della vita parrocchiale, civica e religiosa di Affori.

Durante la sua storia subì più volte intralci burocratici, censure e soppressioni. Da citare che nel 1941 le Autorità richiesero tutte le copie di Buona Parola che riportavano la rubrica "La Pagina del Soldato", ospitante la nutrita corrispondenza tra i giovani Afforesi sui fronti di guerra e le loro famiglie, perché venissero archiviate come documenti al "Museo ed Archivio delle Guerre d'Italia" al Castello Sforzesco.

 

La Banda di Affori ("del nost paes")

Nella seconda metà dell'800 allietavano matrimoni e feste di famiglia alcuni piccoli complessi di strumenti a corda ed a fiato. In Affori si rese famosa l'orchestrina "Elisir d'amore" per l'abilità dei suonatori, composta da 10 strumenti (chitarre e mandolini). Nel 1853, per iniziativa di alcuni e il desiderio di tutta la popolazione, nacque in Affori il complesso musicale dedicato al grande Gaetano Donizetti, morto in Bergamo cinque anni prima. La sua prima sede per le prove fu nelle ex-stalle di Villa Litta, inizialmente con 27 azionisti. A Capodanno del 1901 la Banda inizia la consuetudine di fare gli auguri per il nuovo anno agli Afforesi con un omaggio musicale suonato per le vie del paese. Nel settembre 1904 è invitata per un concerto a Lugano, che ebbe grande plauso. Nel 1906 esegue due affollati concerti all'Arena di Milano. Nel luglio 1907 partecipa ai festeggiamenti per il centenario della nascita di Garibaldi. Nel marzo 1909 viene invitata ad esibirsi per la Visita Pastorale in Affori da parte del Card. Andrea Ferrari, che rimane entusiasta della prestazione. Il 17 maggio 1914 è chiamata a partecipare, come madrina, alla nascita del nuovo complesso musicale "Unione e Libertà", banda voluta dall'omonimo Circolo Cattolico di Affori (fondato nel 1911), sotto la direzione del maestro Schieppati. Nel pomeriggio di quel giorno si alternarono in concerto alcuni complessi musicali dei paesi vicini (Bruzzano, Niguarda, Bresso, Cormano) per festeggiare l'avvenimento, ma l'esibizione più attesa e che ha riscosso prolungati battimani fu proprio quella della nostra Banda. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Banda riprende la propria attività. Nel 1923 festeggia il 70° della propria fondazione con un pranzo allestito nei locali dell'Osteria Stella. Ma solo nel 1924 il Comune di Affori riconobbe la realtà di questo bene artistico. Nel 1930 la Filarmonica G. Donizetti si trasferisce nella nuova sede di via Zanoli, nei locali della Cooperativa Unione Operaria (Stella), di recente costruzione, ove rimarrà fino al trasferimento in via Assietta 32. In seguito al secondo conflitto mondiale, il 29 aprile 1945 il C.L.N. Comitato di Liberazione Nazionale fece una cospicua donazione alla Banda per incoraggiarla nella ripresa dell'attività. Di conseguenza il presidente, Agostino Castelletti, si impegnò a procurare divisa e nuovi strumenti. E fu proprio "Il Tamburo della Banda d'Affori", canzone di Ravasini-Panzeri, servì a dare quella spinta pubblicitaria che lancerà la fama della Banda a livello nazionale. Nel novembre 1955, l'Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, inviò un cospicuo contributo alla Banda. Nel 1956 il Sindaco di Milano, prof. Virgilio Ferrari, molto affezionato alla nostra Affori, fece eseguire dalla Sartoria del Teatro alla Scala di Milano la nuova divisa, inaugurata presso la Cooperativa Stella con festeggiamenti e relativo concerto. Da quel momento in poi gli impegni della Banda si moltiplicarono e la portarono in giro per l'Italia ed anche all'estero. Nel 972 avviene la fusione con la consorella "Giuseppe Verdi" del CRAL Dipendenti Comunali di Milano, mantenendo però il suo nome. Il 7 dicembre 1973, il Comune di Milano, per meriti acquisiti, l'ha insignita dell'onorificenza di "Benemerita del Comune di Milano"! Dal 1974 ad oggi la Banda partecipa regolarmente ai Carnevali di Viareggio, Marina di Pisa, Tirrenia, Vercelli, Oleggio, Cossato ed Ivrea. Nel 1975 condivise la sua attività con la Banda di Cernusco sul Naviglio, costituendo un corpo musicale di ben 80 elementi detto "Banda dell'Hinterland milanese". Dopo molte traversie per ottenere una sede adatta alla propria attività, nel marzo 1981, su interessamento del Presidente del Consiglio di Zona 8, Adolfo Carvelli, ha inaugurato la sua sede sita in un salone dell'ex Ospedale "Paolo Pini". Un accenno alla partecipazione della Banda al concerto eseguito in piazza, programmato per la vigilia della "Festa d'Affori", sia in chiesa, nel giorno della Festa Patronale ed in onore di S. Cecilia (patrona dei musicisti).

Affori può quindi vantare uno dei primi complessi musicali organizzati a regola d'arte fra i molti che lo seguiranno nell'hinterland milanese e che ora, a distanza di oltre 140 anni, è tra i più famosi ed efficienti. Fama acquisita non solo grazie alla famosa canzonetta di Restelli-Ravasini "El tambur de la Banda d'Affori", ma conquistata sul campo con un curriculum che gli fa onore! Essa può vantare concerti, presenza in momenti importanti della vita cittadina, massima cura e perfezionismo nell'esecuzione, vasto repertorio che spazia dal classico al leggero al moderno al folkloristico: motivi che le hanno procurato consensi su scala nazionale ed europea.

Ai direttori succedutisi sul podio in questa ultrecentenaria attività bandistica, ai numerosi componenti (anziani e giovani), a tutti coloro che ne permettono l'impegnativa, simpatica e richiesta presenza nel Rione, un vivo grazie da parte di Affori perché, col meraviglioso tramite dell'arte musicale e del suo nobile messaggio, hanno tenuto alto il nome del nostro Rione.

 

 

Luoghi, ricordi e tradizioni

 

I "Serenell" di Villa Litta: altresì dette "donasc" (le donnacce), un tempo grandioso ingresso alla Villa Litta, composto da un semicerchio di pietre scolpite (due vasi ornamentali, due piramidi, due sfingi). Nel periodo del suo splendore rappresentava l'inizio di un lungo viale, contornato di piante, fiori, siepi, prati ed adornato da un'artistica cancellata in ferro battuto.

 

La Cappelletta di San Mamete: rappresenta il ricordo più antico della vecchia Affori, dopo i reperti di epoca romana ritrovati nei suoi pressi dal Parroco Astesani. Risalente ai tempi delle Crociate, fu costruita nei pressi di una fresca fonte che Goffredo da Bussero nel 1280 chiamava "pretioso avanzo del secolo decimo".

 

La Cappelletta degli Appestati: durante la peste del 1629/32, che fece molte vittime anche in Affori e Cassine, per motivi igienici le vittime non venivano sepolte nell'abitato ma portate in un luogo adibito a tale circostanza. Tale luogo si può localizzare in mezzo ai campi che separavano l'abitato di Affori dalle Cassine della zona di S. Mamete e da quelle sulla strada per Novate. In quella zona, sin dai primi dell'800, era tracciato uno sperduto sentiero che collegava la via per S. Mamete (via Moneta) alla via Novasca o per Novate (via Assietta), in corrispondenza con la Cassina dei Prati, ora incorporata nel territorio dell'Istituto Provinciale Paolo Pini. E proprio in quel luogo venne eretta questa cappella votiva, a ricordo delle vittime della peste sepolte in fossa comune. Già ai primi del '700, dagli scritti del prete Bazzana, si legge che si svolgevano le funzioni delle Rogazioni o Litanie con processioni che avevano soste alla cappelletta, con preghiere e benedizioni. In quegli anni il Parco Corbella si era esteso fino a sfiorare il sito della cappelletta. Tale cappelletta lungo i secoli venne considerata meta di momenti di devozione privata e pubblica: la tradizione la considerò come la "cappelletta degli appestati" o "dei lebbrosi".

 

Il vecchio Cimitero di Affori: nato nel 1811 è già da alcuni anni distrutto e dimenticato. E' servito da sepoltura per un secolo e mezzo, sito sul sagrato della vecchia parrocchiale, che durò oltre 400 anni! Ma motivi igienico-sanitari indussero i Governi, verso la fine del '700, a vietare la sepoltura di cadaveri nelle chiese o cappelle pubbliche. Fu a partire dal 5 settembre 1806, con decreto Bonaparte esteso al Regno Italico, che venne decretato che tutte le aree cimiteriali dovevano trovarsi fuori dall'abitato. E il solerte Parroco Astesani, ossequioso delle Leggi, si impegnò a rispettare tale volere. Così venne indetta un'asta il 27 marzo 1810 per la costruzione del nuovo Campo Santo, fuori dall'abitato. Vincitore dell'asta fu un certo Santino Galli della Bovisa, con un'offerta veramente appetibile che indusse sospetto nelle autorità, tanto che sollecitarono l'Astesani a vigilare sui lavori eseguiti. L'11 agosto 1810, il Galli acquista il terreno di Teresa Litta ved. Gherardini e iniziò i lavori. Il 15 settembre 1811 fu inaugurato il nuovo Campo Santo alla presenza di Autorità civili e religiose. Dal 10 giugno 1957, per ordine della Civica Amministrazione, le salme degli abitanti di Bruzzano-Affori-Niguarda-Dergano-Bovisa, dovranno essere inumate nel grande, nuovo cimitero di Bruzzano!

 

Il Monumento ai Caduti: inaugurata nel 1954, questa opera marmorea dell'artista Ettore Cedraschi, cela al suo interno sigillata una pergamena con scritti i nomi dei valorosi afforesi morti per la patria. Porta incisa sul proprio fianco la frase di speranza profetizzata da Isaia: "Muteranno le spade in falci e le lance in aratri...". Tuttavia, oggi giace nella più completa indifferenza.       

 

La Corte dei Restelli: Affori fu per secoli un agglomerato di "corti" ovvero cassine in quadrato che abbracciavano un cortile che era un po' il piccolo mondo di quei paesani. Lì tutto era in comune, una comunità di famiglie per lo più imparentate, dedite in gran parte all'agricoltura, all'allevamento e all'artigianato spicciolo. In comune erano pure i servizi igienici, il lavatoio, gli attrezzi del lavoro, il grande cortile, il fienile... In Affori v'erano diverse corti, quali Ghislandi, del Maghitt, dei Biraghi, dei Guaita, dei Gafuri, dei Mazzola, dei Saitt, del Bec, del Bonalum, del Messa, del Beltramin, del Spiziè, dei Villa, degli Ostoni... ma la più caratteristica, animata e patriarcale, con tanto di "sottopassaggio tipo galleria" fu la "Curt di Resei" che la furia del bombardamento del 10 settembre 1944 ha ridotto ad un cumulo di macerie, tomba per tutti i suoi abitanti.

 

L'Osteria Nuova: uno dei primi agglomerati risalente agli albori della storia afforese, l'Osteria Nuova si trova sulla strada postale Comasina. Anticamente stazione di posta per viaggiatori ed animali stanchi, era tappa per il viaggiatore prima di entrare nella grande città o appena uscito. Antica proprietà dei Carcano, poi dei Majnoni, fu data in gestione ai Montano. Essendo al confine tra Affori e Bruzzano (tradizionalmente rivali) fu facile vittima di soprusi da parte di eserciti in transito, e punto di ritrovo per gli amanti della buona cucina e dell'altrettanto ottima cantina.

 

La via degli Zoccoloni: fu nominata nell'800 "Via per Novate" o "Via al viale d'Adda" o "Via al vial Grande", mentre ai primi del '900 fu detta "Via Fratelli Bandiera" e poi "Via Taccioli". Alla morte dell'ultima erede Taccioli, Margherita, la via che era dedicata al munifico casato riprese il suo vecchio nome "Via Fratelli Bandiera". Solo in seguito la Giunta Comunale deliberò l'intestazione "Via Giuseppe Taccioli". Ma nei secoli il suo nome è rimasto come "Via dei sucuruni": uno stretto ed arcuato budello di rissada, bretellato da due strisce lastricate per i carri agricoli, attorniato da vecchie corti. Un artigianale affresco di Madonna sulla parete esterna del numero civico 10, un'osteria, alcune botteghe, favorivano un crocchio di persone il cui chiacchierìo sovrastava il cicaleccio degli zoccolotti sull'acciottolato.

 

Il Mercato di Affori: si snodava in tutta la sua eterogenea e variopinta ampiezza in piazza della chiesa e lungo il viale Affori, e aveva un non so che di paesano e un'aria festaiola. Era un'occasione per rivedere  persone amiche e conoscenti, come ad un tacito appuntamento, per uscire dal chiuso del proprio cortile. E proprio in quel fatidico giorno, il mercoledì, tutta Affori si ritrovava in questa occasione.

 

Il giorno della Festa di Affori: non si sa in quale anno nacque tale festa, ma è certo che esiste da più di 150 anni, con alle spalle una tradizione plurisecolare, e definita dai nostri avi come una grande festa, ovvero: LA FESTA! Ogni paese circostante aveva la sua festa, ed ognuna era la più sfarzosa, e tutte si susseguivano nel periodo autunnale. Non si può descrivere purtroppo il colore, la sonorità, il movimento, la baraonda, l'allegria, la vivacità che creava nella Comunità questo atteso evento.

 

Tradizioni natalizie afforesi: nel dicembre 1858, in uno scritto del Parroco Panceri, si racconta che a partire dalla prima domenica di Avvento credenti e non si ritrovavano uniti nella preparazione di una festa che coinvolgeva l'intero paese e quelli vicini, coi quali nasceva una frenetica competizione, molto più che per la festa patronale. I popolani adempivano alle classiche pulizie generali anche nei punti più dimenticati durante tutto l'anno, ed il presepio cominciava a nascere nelle abili mani di contadini e artigiani. I ragazzi andavano a frotte alla ricerca della "teppa" (muschio), legna, ceppi di varia grandezza, "marogna" (carbone bruciacchiato) e tutto ciò che potesse servire per la creazione di un paesaggio simile al vero. Primeggiava fra tutti IL PRESEPIO della Parrocchiale, orgoglio del Paese, da far visitare ai "foresti" come espressione dello comune sforzo organizzativo. Il Parroco Panceri racconta che, nel tradizionale giro di benedizione di case e cascine, si intratteneva in alcune Osterie lungo il percorso che facevano a gara per averlo come ospite d'onore. Si ricordano gli osti dell'Osteria Nuova, dell'Osteria di via Pedroni, della Strecia in via Cialdini... Nel pollaio c'era fermento per la designazione della vittima che avrebbe onorato il pranzo natalizio con brodo e arrosto. La Novena segnava l'approssimarsi del lieto evento e intensificava quel via vai per portare a termine i preparativi nelle varie corti. Arrivavano pure gruppi di parenti dai paesi vicini su carri con tutto l'occorrente per trascorrere alcuni giorni in fraterna compagnia. Le sere della Novena erano illuminate da numerosi "falò" accesi in diversi crocicchi strategici per "far luce alla Madonna e a S. Giuseppe che arrivavano da lontano con l'asinello". Don Panceri cita gli attuali Cialdini-Moneta, Viale Affori-Astesani, Zanoli-Cialdini, Taccioli-Novaro... Alcune famiglie, a turno, erano incaricate di mantenere ardenti per tutte le notti della Novena questi falò. L'appuntamento classico per tutto il Paese era la Messa della Vigilia, celebrata alle 17, anticipo di festa del gran giorno che tutti, adulti e piccini, attendevano. Tutto la Vigilia era caratterizzata da un gran daffare attorno a camini, pentole, armadi, madie, forni... rispettando rigorosamente il digiuno, preludio al domani che era reso più appetibile da una fame accumulata con grande sacrificio. La "messa dell'aurora", celebrata alle 4,30, con il cielo ancora stellato e la bruma mattutina, trovata tutto il paese in fermento. Tutti si ritrovavano davanti al presepe allestito con LUI ormai ufficialmente nella mangiatoia! Era d'obbligo il vestito della festa semplice ma appropriato all'occasione. Al digiuno della Vigilia seguiva finalmente il pantagruelico pranzo natalizio che, per durata e portata, doveva restare memorabile per tutto un intero anno. Per tutto quel giorno strade, sentieri, osterie, assumevano l'aspetto di un insolito "day after", vuoto e silenzioso. Tutti si ritrovavano tra le mura domestiche al caldo e in compagnia, vicini al camino scoppiettante per il ceppo scelto con cura dal capofamiglia, con il presepio sempre brillante di lucine e popolato dalle più strane statuine di gesso o cartapesta. I bambini erano all'apice della felicità per i doni ricevuti: bambole, cavallini, pupazzi, arance e torroni. Nell'aria si spegnevano al primo crepuscolo le ultime note dei pifferi e delle cornamuse, che avevano suonato per tutta la notte.

 

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